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6 apr 2013

Concerto

            Gabriel era dietro le quinte, vestito con il suo solito completo dei concerti: il frac nero, la camicia bianca con i gemelli d’oro che sua moglie gli aveva regalato per il matrimonio, il farfallino bordeau che gli avevano regalato i suoi figli, Isabel e Tobias ad Aprile per il suo ultimo compleanno. Non aveva mai immaginato di suonare un giorno in Italia. Qualcosa dentro di lui glielo aveva sempre impedito. Aveva rifiutato tante offerte, ma ora era lì.

Quando le luci furono spente e solo un faro rimaneva ad illuminare il pianoforte, si fece forza ed uscì sul palco, si inchinò davanti al suo pubblico e si avviò al pianoforte. Un lungo applauso aveva seguito il suo ingresso nella sala, ma nel momento in cui si era seduto al pianoforte, il pubblico aveva taciuto in un silenzio quasi religioso.

Music_with_Passion_II_by_TheBroth3R.jpg
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Seduta in platea, Carola riconobbe l’attacco dell’Allegretto del K.467 e fu rapita da quella musica: i violini che si contendevano le note, il pianoforte che iniziava  a suonare, l’alternarsi e l’accompagnarsi degli strumenti. Non ricordava l’ultima volta che era stata al Conservatorio. Andava sempre con Simone, tutti i mercoledì. Da quando si erano lasciati, non era tornata più, non perché non le piacesse la musica, ma perché non voleva trascinarsi dietro ricordi inutili. La musica che sentiva riuscì a trascinare nel suo cuore, piano piano, tutte le fotografie della sua vita. Ricordava la città natale; il lungomare d’inverno, le onde spumeggianti che arrivavano fino al marciapiede nelle giornate più ventose o fin su in cima ai lampioni, che si ergevano sul muretto bianco per chilometri intorno alla città; la muraglia della città vecchia, dove si era incautamente avventurata tante volte, quando si offriva come guida turistica a parenti e amici che l’andavano a trovare; il liceo, le amicizie dell’adolescenza, i ritrovi nella via centrale la sera, nella speranza di trovare qualcuno con il quale passare qualche ora di libertà dalla famiglia; l’università, la laurea e poi la partenza verso un mondo sconosciuto, che le avrebbe regalato tante esperienze quante non ne avesse mai fatte fino ad allora. E poi, Milano. Da quella città si era aspettata tanto e lei l’aveva ricambiata, con la sua vita, i suoi locali, i suoi cinema, i suoi divertimenti. L’amore, no: quello se n’era andato, due volte nella sua vita, ma ora si sentiva tranquilla e serena. Aveva un compagno al quale era affezionata e che era un padre splendido, due bimbi che, per quanto la facessero ammattire, erano la sua vita. Sorrise verso Lisa come per ringraziarla di quel regalo. Lisa: l’amica che aveva sempre desiderato, l’amica che non aveva più, l’amica con la quale avrebbe condiviso quella serata un po’ folle.

            La musica finì e portò via in un attimo tutte le sue fotografie. Le luci della sala si accesero gradualmente. Il pianista si alzò, fece un inchino al pubblico, che era rimasto per l’intero concerto in silenzio, ma applaudiva ora fortissimo e sembrava non voler smettere più.

Gabriel si avviò deciso dietro le quinte e si ritirò quasi subito nel suo camerino a riposarsi un attimo. Suonare per lui era sempre uno sforzo intenso, seppur piacevole. Si sentiva molto stanco dopo i concerti e adorava quelle pause che gli consentivano di prendere fiato, ripensare ai pezzi successivi che avrebbe dovuto suonare. Fumava un sigaro tra un tempo ed un altro e anche stavolta ne accese uno, inspirando la prima boccata con gusto. Daniele lo aveva portato lì e gliene era grato, pensando con quale dovizia aveva curato ogni particolare, dall’albergo ai fiori sul palco, ai sigari in camerino. Bussarono alla porta: era Daniele.
  • Gabriel… Sei stato eccezionale! Credimi! Hai visto che non la smettevano più di applaudire? Oh, prepara il bis perché glielo devi… So che difficilmente lo concedi… eh, eh, ti ho seguito in quasi tutti i concerti. Ma stasera, se te la senti, fai un bel regalo a questo pubblico entusiasta! Pensaci.
  • Vediamo, dài. Conta i secondi che applaudono al secondo tempo e poi me lo dici, così decido.
  • Stupido Spagnolo! Non sei mica cambiato in ventidue anni, sempre la testa matta!!! Bobo che no sei altro.
  • Va’ là… non vedi che sono invecchiato? Chissà dov’è quel ragazzino lì…
  • Ah, Gabriel. Ti fermi a cena con me dopo. Non hai possibilità di replica. Ho una sorpresa. Devi venire.
  • Una sorpresa, quale?
  • No, no, non te lo dico... Una “vecchia” sorpresa. Sarai mica venuto a Milano solo per suonare?
  • Se non me lo dici non faccio il bis….
  • No… dài. E’ una sorpresa.
  • Se non me lo dici non faccio il bis...
  • Vabbè, ti perdi la sorpresa! Te lo dico…?
  • Sì, spara.
  • Ricordi Carola? La sorella di Tommy…
  • Sì…. Perché?
  • Beh, non escludere che sia lei che abbia trascinato il pubblico in quel lungo applauso. L’ho incrociata prima. E’ stata anche per me una sorpresa! Ha avuto un biglietto da un’amica ed è qui, in platea. Ci vediamo dopo a cena. C’è anche lei, ma non sono davvero sicuro che ti abbia riconosciuto… Ti passo a prendere dopo in camerino… Vai ora, ti stanno chiamando…

 Carola. Non poteva credere alle sue orecchie. Carola… Aveva evitato per anni l’Italia per escludere qualsiasi occasione fortuita di incontrarla, di rivederla! Ed ora l’unica occasione che poteva esserci aveva riportato con sé la sua ossessione. Uscì dal camerino, abbottonandosi la giacca e sfiorando le mani sul farfallino per sistemarlo un po’. I suoi occhi incrociarono la fede nuziale… Carola… mia “moglie”…

Uscì sul palcoscenico sconvolto da quella rivelazione, affrontando il pubblico per scrutarlo, per cercare quei dolcissimi occhi verdi che l’avevano stregato a sedici anni, quella treccia sbarazzina, quell’essere magrino per il quale aveva perduto il suo sonno per anni, prima di riuscire a liberarsene quel tanto da condurre un’esistenza decente e tranquilla. Si avvicinò al pianoforte camminando all’indietro, con le luci che lo accecavano e che non riuscivano a fargli vedere nulla, se non gli splendidi fiori sul palco. Si sedette al pianoforte, cercò per un minuto, lungo, lunghissimo, la concentrazione ormai persa e diede un veloce assenso con il capo al Maestro, per incominciare il concerto K.595. Sentiva i violini dolci rincorrersi nell’Allegro velocemente, giocare l’uno con l’altro a rimpiattino e unirsi all’unisono per trionfare altisonanti nel silenzio che era tornato nella sala. Attaccò deciso al suo momento, giocò con i violini e non smise un attimo di rincorrere, con gli occhi chiusi, la partitura del concerto. Ma il suo pensiero era solo uno e ora sapeva di stare suonando solo per lei: Carola.

 Tornò al loro ultimo bacio. Quanto l’aveva amata. Era stato il suo primo amore e non l’aveva mai dimenticata. Per anni si era alzato pensando a lei, si era coricato pensando a lei, avendo solo lei nel cuore e nessun’altra. Ma era un uomo pigro, per il quale il tempo passava davanti ad un pianoforte o ad una tela da riempire con i sentimenti. Le parole non erano mai state per lui. Le aveva scritto tre lettere in tre anni, ognuna che incominciava con delle scuse banali, ricordava. Non aveva mai tempo. La scuola, il giornalino scolastico, le prove, i concerti, la pittura: in realtà aveva cercato di occupare tutto il tempo per non pensare a lei, a quanto quella distanza fosse per lui iniqua, insopportabile e alla fine il tempo l’aveva allontanata da lei. I primi anni, ricordava bene, riceveva regolarmente le sue lettere e le sue telefonate. Aveva risposto a qualche lettera e aveva ricambiato qualche telefonata, ma non aveva mai trovato nessuna occasione per dirle quanto l’amasse e quanto la desiderasse. Gli sembrava impossibile che quella ragazzina potesse pensare a lui e ricambiare quel sentimento così forte che per la prima volta aveva provato in vita sua. Si erano sposati per telefono, una sera, e da allora la considerava davvero sua “moglie” e la chiamava così, nelle telefonate che ogni tanto capitavano quando erano ancora ragazzi… Avrebbe voluto averla sposata su un vero altare, vestita di bianco, con i capelli sciolti finalmente da quella treccia ribelle, raccolti solo da una coroncina di roselline piccole e bianche, come aveva visto nella foto di sua mamma sposa. Aveva immaginato il suo esile corpo in un vestito di seta color champagne; aveva immaginato quel vestito un po’ aderente in vita e sui fianchi farle risaltare l’acerbo seno ed i sottili fianchi; aveva visto quel vestito allargarsi in fondo e morbidamente nascondere ed accompagnare le sue belle gambe abbronzate. Aveva visto quegli occhi verdi scambiarsi con i suoi innocenti frasi d’amore con la sola intensità dello sguardo. Aveva udito la sua voce pronunciare un “Sì” per la vita e aveva udito la propria risponderle in egual modo. Aveva assaporato quel bacio nuziale, aveva infilato dolcemente quell’anello sul suo anulare e l’aveva così legata a sé per sempre, contro ogni violenza del destino. A sé per sempre… E invece l’aveva persa e se ne dava la colpa ogni giorno. Si rimproverava di non averle più scritto, di non averle più telefonato. Aveva avuto paura, paura di non ritrovare più quella ragazza, ma una persona diversa che avrebbe potuto ferirlo. Aveva avuto paura di quell’amore così violento per il suo cuore di sedicenne. Aveva avuto timore di perdere per sempre il suo cuore dietro a qualcuno, che non avrebbe potuto essere lì quando ne aveva bisogno, a consolarlo con un sorriso, a mettergli una mano sulla spalla, ad incoraggiarlo e a ricambiare il suo amore. E per notti intere era rimasto sveglio con la finestra aperta a guardare le stelle, per riconoscere quelle che avevano accompagnato il loro amore acerbo. Per giorni interi aveva suonato il pianoforte immaginandola dietro di sé, con la sua treccia scombinata, con i suoi occhioni verdi pronti a sorridere non appena lui si fosse voltato. Aveva fatto lunghe camminate solitarie, solo con il suo dolore, lungo la costa dell’Oceano, sedendosi sulla spiaggia e lanciando sassi contro il mare, quasi questi fosse colpevole della loro distanza. Ed era cresciuto con quel dolore, incapace di interessarsi ad altro che non fosse il pianoforte, la sua musica, la sua pittura, la sua arte, uniche espressioni lecite di quel dolore che in sé provava ancora forte, come il giorno che l’aveva lasciata.

Dopo dieci anni di quella solitudine, nella quale si era accompagnato svogliatamente a occasionali compagne solo per fare piacere agli amici, aveva incontrato Leya. Lei era così giovane, aveva poco più di vent’anni e il suo candore l’aveva fatto risvegliare dal torpore nel quale era caduto. Si era lasciato guidare verso la riscoperta delle piccole gioie di ogni giorno e la sua presenza costante, la sua guida, la sua mano sicura gli avevano offerto un porto nel quale ben presto aveva cercato di affondare il suo dolore. Pensava a Leya, a quanto fosse diversa da Carola: ricordava Carola così sbarazzina, sempre con il sorriso sulle labbra; Leya invece quasi sentiva il suo dolore e ne era turbata. Aveva capito che lui non l’avrebbe mai amata davvero e Gabriel poteva sentire la sua sofferenza, certe notti che gli si abbracciava contro, quasi a temere lui potesse andare via. Carola...

Un solo pensiero mentre suonava: i suoi occhi verdi che lo stavano scrutando, che gli stavano contando i segni dell’età. Le sarebbe ancora piaciuto? E lei, com’era diventata dopo ventidue anni? Non la ricordava bene fisicamente, se non quei particolari sui quali aveva giocato per anni: i suoi occhi verdi, i suoi capelli ricci, il suo corpo magro e abbronzato. Non ricordava i dettagli di quella estate: era solo in sé il ricordo, non in fotografie che poteva sbirciare per ritornare a frammenti di quella vita. E quella vacanza era lei, soltanto lei, con gli occhi verdi, i capelli ricci. L’avrebbe riconosciuta, se l’avesse vista per caso in giro, per strada? L’avrebbe riconosciuta tra il pubblico, se avesse potuto scorrere viso dopo viso ogni poltrona della sala? Non sapeva rispondere. Carola…

Chiuse il concerto giocando con un violino e poi un altro e poi staccò con veemenza le mani dalla tastiera, abbassando la testa verso il pianoforte, quasi a voler sbattere lì i suoi pensieri. Si alzò, accecato ancora dalle luci che oramai si erano accese completamente nella sala. Si inchinò al pubblico, si alzò, e mentre questi instancabile continuava ad applaudire al suo talento, sostò per dieci minuti ancora lì davanti a tutti solo per scrutare “gli” occhi verdi in platea. Non sapeva cosa cercare, non aveva un solo elemento, fosse il colore del vestito, fosse il colore dei capelli – magari lo aveva cambiato!

Alla fine la vide. Era seduta in seconda fila, un po’ di lato, defilata. Aveva immaginato per tutto il secondo tempo del concerto che lei fosse al centro della sala, così com’era stata al centro della sua vita. Invece era in quell’angolo, a godere della sua presenza e della sua musica, vicini di nuovo, ma quanto ancora lontani? Era bellissima nel suo abito nero, con le braccia abbronzate che fremevano per ogni applauso. Quegli occhi verdi gli penetrarono il cuore con la stessa forza di ventidue anni prima e non seppe più resistere al suo richiamo e si lasciò tentare.

            Zittì il pubblico con un cenno della mano, prese un microfono e annunciò al pubblico che avrebbe suonato ancora, solo per ringraziarlo di tanto calore. Si avvicinò al pianoforte e sfiorò le prime note…

Carola riconobbe una musica che le spezzò il cuore: Chopin, Opera 10, Studio n.3 in Mi Maggiore, “Tristezza”. All’improvviso non riuscì più a distogliere gli occhi dal palco. All’improvviso non ci fu più nessuno nella sala, era sola davanti a lui e quelle note non erano le note comuni di un pianista su un palco, in una divertente serata di fine settembre: erano le “sue” note, che trascinarono sul suo viso incredulo la prima lacrima e dopo di essa altre, copiose, senza che lei potesse fare nulla per fermarle. Le bagnavano le labbra e ne assaporava il gusto salato, una dopo l’altra e quando si fermarono un istante, davanti ai suoi occhi non c’era più un uomo di trent’otto anni. Seduto a quel pianoforte c’era solo un ragazzo, di sedici anni, bruno, con gli occhi nocciola, il naso all’insù, la pelle abbronzata  ed un sorriso dolcissimo. Sentiva che stava suonando il piano solo per lei, facendole provare delle sensazioni intense, che le sembravano così reali, che ebbe paura si potesse svegliare da un momento all’altro. Doveva essere lui per forza, doveva essere Gabriel.

D’un tratto non ci fu più nemmeno il palco davanti a lei, ma solo il mare, il mare di Samos, con le sue spiaggie bianche ed i suoi colori unici ed intensi. Vedeva le colline di Samos e le baite dove si erano fermati a mangiare lo yogurth con il miele e avevano finito per leccarsi l’uno con l’altro le mani per togliere la sensazione di appiccicaticcio. Vedeva i prati verdi dove lui le aveva fatto mangiare l’erba solo perché lei voleva fotografarlo. Vedeva il centro sportivo dove Gabriel giocava a volano con suo fratello e Daniele. Vedeva se stessa, una ragazzina di quattordici anni, magrina e scialba, con una treccia lunga sempre disfatta a causa dei suoi riccissimi capelli; una ragazzina che si era innamorata perdutamente di quel ragazzo spagnolo così dolce e tenero. Vedeva i suoi occhi nei suoi. Vedeva due ragazzi che si era giurati l’amore eterno l’ultimo giorno di vacanza, con il cuore a pezzi perché ognuno doveva tornare a casa. Vedeva solo questo, null’altro. Il cuore continuava a battere, le mani a tremare, le lacrime a solcare il suo viso.

Carola restò inchiodata per tutto il tempo alla poltrona e non si alzò nemmeno quando il pezzo fu finito. Fu solo in quel momento che Lisa si accorse che aveva pianto e le appoggiò teneramente la mano sulla spalla. Carola la guardò, ma le strinse la mano quasi a tranquillizzarla che tutto andava bene ed il suo viso cominciò ad irradiare una luce che solo a Gabriel fu possibile vedere, lassù dal palco.

Gabriel scese dal palco e si diresse verso di lei. Carola sentì il suo cuore bruciare, sentì il peso delle lacrime sugli occhi e sulle labbra. Quando le fu di fronte, Gabriel le prese la mano, la baciò galantemente e le sussurrò: - Ci vediamo, piccoletta.
  • Gabriel... - tentennò Carola.
L'uomo esitò, ma si fermò ad ascoltarla.
  • Buon Compleanno...
Gabriel le sorrise, poi tornò sul palco e scomparve per sempre dietro le quinte.

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