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5 giu 2010

La Zingara


Eliza by dechobek
www.deviantart.com
Primo Vagone

La metropolitana verde sfrecciava verso Milano con i suoi vagoni di passeggeri, non traboccante come al solito, in una mattina di fine agosto, quando ancora meta' dei provinciali milanesi boccheggiavano al mare o in montagna le loro ultime ferie.

Seduta, il vento caldo in faccia, la testa reclinata all'indietro, mi permettevo quello stato di dormiveglia al quale ci si può abbandonare soltanto quando la fermata è dall'altra parte della città. Gli occhi appisolati, le orecchie perse in una conversazione poco convincente di due vicine, creavo in mente quel vuoto che mi permettesse di prolungare il piccolo riposo notturno. Non era stata una serata mondana, ma la passione di scrivere era stata particolarmente accecante ed ero rimasta fino a notte inoltrata ad ascoltare i miei personaggi raccontarsi le loro storie, riga dopo riga, su una schermata del computer.


Ogni tanto il collo doleva e così riaprivo gli occhi e guardavo i visi di fronte a me, ne scrutavo le espressioni, sbirciavo i libri che leggevano, li sentivo canticchiare qualche musica. Vite normali o straordinarie, chissà. E mi riaddormentavo un po' subito dopo, senza che nessuna di quelle esistenze avesse sfiorato in modo significativo la mia.

Fu una di quelle volte in cui la testa reclinava in avanti e gli occhi a fatica si aprivano impastati di sonno, che la vidi, insolente e spettinata, lì seduta di fronte a me, la testa reclinata su sua madre, gli occhi che sembravano chiusi in un sonno profondo. Era bella da fare paura. Neanche un metro e cinquanta di bellezza pura, che diventò straordinaria quando i suoi occhioni verde smeraldo brillarono su di me, nel momento esatto in cui lei si svegliò ed io mi alzai per scendere dal metrò.

Fu un attimo. Si precipitò affianco a me, mi prese la mano, la guardò e mi disse: "Potrai fare qualcosa di grande oggi se saprai stare attenta".

Rimasi scioccata, persa nel suo verde sguardo magnetico, mentre le persone mi spintonavano a destra e a sinistra per scendere, finchè mi resi conto che le porte della carrozza si stavano chiudendo e dovevo scendere. Di corsa, saltai sulla banchina e mi accorsi troppo tardi che in cambio di un pezzo del mio futuro quella zingarella si era presa un braccialetto d'argento che portavo al polso sinistro. "Piccola impertinente" pensai, senza arrabbiarmi troppo, forse più delusa per il ricordo che quel braccialetto rappresentava, che per il suo valore effettivo.

Sorrisi, alla fine, catturata dalla spregiudicatezza e intraprendenza di quegli occhi verdi e salii le scale per andare a lavorare, mentre ricordavo un articolo letto da qualche giorno su uno di quei giornaletti gratuiti del metro, che alla bellezza si perdona tutto più facilmente. Vero, zingarella?

Secondo Vagone

Per essere fine agosto il caldo era ancora soffocante. Alle tre, finito di lavorare, poichè ero a Milano senza i ragazzi, decisi di fare un giro in centro e infilarmi in qualche negozio a prendere un po’ di fresco, invece di tornare a casa.

Attraversai velocemente i vicoli stretti tra Cadorna e via Dante, mi fermai a comprare un gelato e leggermente rinfrescata mi diressi verso la Rinascente. Era un po’ di tempo che non ci andavo ed ero curiosa di scoprire quanto fosse cambiata rispetto a come la ricordavo.

Girai tutto il pomeriggio, quando verso le sei e mezza, annoiata e appiccicaticcia di sudore, auspicai che un genio uscisse dal mio accendino per chiedergli di esaudire il desiderio di teletrasportarmi a casa, senza dovermi infilare nel metro, che a quell’ora mi aspettavo caldo come un forno e umido come il respiro di migliaia di persone ferme ad aspettarlo.

Non era così, forse perchè la gente ancora in ferie era molta più di quello che pensassi e il treno che ero riuscita a prendere era uno di quelli nuovi con l’aria condizionata. Rossa, fermata Duomo fino a Loreto. Scendo e mi infilo nei sotterranei più profondi. Verde. Direzione Cologno ... aspetto... Direzione Gobba... aspetto... Direzione Gobba (ancora). Era appena scivolato in galleria l’ultimo vagone, che girai lo sguardo a sinistra verso il collegamento tra la linea Verde e la linea Rossa, quando la vidi scendere le scale sorridente e fiera, sola, con quei due fanali verdi al posto degli occhi. Era arrivata in fondo alle scale quando mi vide e non fece in tempo a voltarsi, che le avevo già afferrato il polso dove faceva bella mostra di sè il mio braccialetto.

“Carino questo braccialetto.... mm, non credo di sapere il tuo nome?” le dissi
Mi guardò con gli occhi verdi che si trasformarono in due pugnali dal manico pieno di smeraldi e mi colpirono forte. “Airis” rispose “e tu ce l’hai un nome?”
“Certo, quello non potevi portarmelo via stamattina”
“Cos’è, lo rivuoi indietro il tuo braccialetto? Guarda che non vale nulla. L’ho preso soltanto perchè mi piaceva!”
“Come facevi a sapere che non vale nulla? E poi per me un valore ce l’ha, sentimentale”
“Che ne sai tu dei sentimenti? Hai il cuore duro. L’ho letto nella tua mano stamattina”
“Airis... ma quanti anni hai?”
“Dieci e tu?”
“Quaranta... proprio oggi”
“Devo andare ora. Lo rivuoi il tuo bracciale?”
“Dove vai?”
“Giroingiro”
“Posso accompagnarti?”
“Se proprio vuoi” disse facendo le spallucce. Si scrollò di dosso la mia presenza e iniziò a camminare sulla banchina guardandosi alle spalle con la coda dell’occhio per spiare se la seguivo. Vedendo che stavo ferma, parlò ad alta voce dicendo “Allora, non vieni come-ti-chiami-tu?”, indifferente alle persone che, testimoni della scena precedente, avevano puntato su di lei uno sguardo interrogativo e per poi girarlo verso di me, come per chiedermi “Allora, non vai?”

Sorrisi e iniziai a seguirla, curiosa di dove avrebbe potuto portarmi. Ero felice di non dover per forza tornare a casa quel pomeriggio.

Terzo Vagone

“Dov’è tua madre?” le chiesi quando lei rallentò il passo e riuscii ad affiancarla.
“Mia madre?” rispose senza guardarmi.
“Sì, tua madre, quella signora con la quale viaggiavi stamattina.” insistetti.
“Ah lei, è la mia madrina. Sto con lei da quando mia madre è stata cacciata dal campo” disse indifferente.
“Perchè tua madre è stata cacciata dal campo?”
“E’ stato deciso così”
“Perchè e chi ha deciso così?”
“I giudici”
“Quali giudici?”
“Oh ma non sai nulla tu?”
“Cosa dovrei sapere, Airis?”
“Tra la nostra gente, se tradisci tuo marito sei espulso dal campo. I giudici te lo impongono”.
“Ah. Di che ‘gente’ parli?”
“Rom. Rom kalderasha. Ne hai mai sentito parlare?”
“I Rom sono gli zingari, no?”
“Diciamo di sì. Ma sono una parte degli zingari. Esistono tanti gruppi e anche tra i Rom ci sono gruppi differenti. E’ come dire Italiano, sì ma ci sono i Lombardi, i Toscani e tra i toscani ci sono i Fiorentini, i Pisani. Solo che voi siete stanziali. Noi un po’ meno”
“Ripetimi cosa sei?”
“Rom kal-de-ra-sha”
“E quindi da dove vieni?”
“Io sono italiana.”
“Ah... scusa ma non capisco... sei italiana o Rom?”
“Un bambino di origine tedesca non può essere toscano?”
“Senti, sono stanca.. spiegati”
“I Rom kalderasha sono un gruppo di Rom originari di Fiume. Ma noi siamo da tanto in Italia, così siamo quasi tutti di origine italiana. E andiamo a scuola... qui con i vostri bambini..”
“L’ho capito sai.. non è normale un discorso sulle regioni, i lombardi ed i toscani se non vai a scuola. Comunque, hai deviato un po’ il discorso...”
“No, tu mi hai chiesto di che ‘gente’ parlavo”
“Hai ragione. Ma non ti sfugge nulla? E comunque dov’è la tua madrina?”
“Al campo, credo”
“Come al campo? E tu vai in giro da sola?”
“Sì. Che problema c’è?”
“Ma ... è sicuro? Cosa fai in giro?”
“In genere sono gli altri che si chiedono se è sicuro stare vicino ad una zingarella, non noi zingarelle. Ti pare?”
“Già, hai ragione.." dissi ridendo "Ma cosa fai in giro? Se ti trova la polizia?”
“Non ho fatto niente. Perchè devo avere paura della polizia?”
“Beh, ‘tecnicamente’ qualcosa l’hai fatto. Mi hai rubato il braccialetto stamattina”
“No. L’ho solo preso in prestito. Te lo avrei restituito”
“Ah sì... e come facevi a ritrovarmi?”
“Ho visto dove sei scesa. Ti ho visto altre volte”
“Io no...”
“Lo so...”
“Ma dove sei stata tutto questo tempo?”
“Con mia madre”
“Con tua madre? Ma non hai detto scusa che tua madre è stata cacciata?”
“Appunto. “
“Airis... non ti seguo...”
“Ah Ah” rise con un sorriso bianco che le illuminò gli occhi rendendoli ancora più verdi “Lo so! Oh insomma.. una volta al mese mi vedo lo stesso con mia mamma, anche se non vive più con noi. La mia madrina è sua sorella e fa questo di nascosto dagli altri...”
“E come fai a tornare al campo stasera?”
“Non so se ci torno. La mia madrina ha saltato l’appuntamento e quindi non lo so. Proverò tra due ore. Di solito facciamo così”
“Così come?”
“Così. Se salta un appuntamento dopo due ore ci si riprova. Il posto è sempre lo stesso. Prima o poi qualcuno che va al campo e passa di lì lo trovi”
“Quindi il prossimo appuntamento dove è e a che ora?”
“Quante domande fai, gagé!”
“Gagé? Che vuol dire? " iniziai a spazientirmi "Senti piccola impertinente... non sono qui a farmi prendere in giro da te, sai? Adesso sai che faccio? Mi riprendo il mio braccialetto e me ne torno a casa mia e tu te ne vai giringiro quanto ti pare, va bene?"

Mi guardò con gli occhi bassi, il broncio di un bambino che si rende conto di aver osato troppo e sussurrò un “No” sottovoce, continuando “San Babila alle nove”.
“Okay” le risposi “allora, andiamo da Mc Donald’s."
Non disse nulla, ma dagli occhi che brillavano in un modo che non avrei mai potuto immaginare capii che gradiva la proposta.

Quarto Vagone

Salimmo in superficie e ci dirigemmo verso Lima. Mi seguiva al fianco trotterellando senza parlare ed ogni tanto girava la testa e l’alzava per guardarmi. Se la guardavo anche io, lei mi sorrideva ed io mi sentivo felice di perdermi in quegli occhi ed in quel sorriso. Quanto era bella. E contrariamente agli altri zingari, era pulita, i capelli setosi e neri raccolti in una coda ben composti, la maglietta verde ed il pantalone fucsia non particolarmente puliti ma solo perchè si era a fine giornata. Trovai la cosa alquanto strana, ma quella bambina stava pian piano smontando tutti i miei pregiudizi sugli zingari e così non ci pensai più di tanto.

Entrammo nel Mc Donald’s e ci mettemmo in coda alla cassa più libera. Le suggerii di guardare il cartello in alto per scegliere cosa mangiare e lei passò tutto il tempo che fummo in fila con il naso in su, indecisa. Poi, quando arrivò il nostro turno, si rivolse senza indugi alla cassiera e disse: “Due cheeseburger, due patatine grandi, una coca-cola, sei nuggets ed uno yogurt. Io ho fatto e tu?”. Scoppiai a ridere guardando la faccia della cassiera, che si era fissata incantata su Airis e poi le dissi “Per me un’insalata ed una bottiglia di acqua naturale, grazie”. Prendemmo su due vassoi le nostre ordinazioni e lasciai che Airis scegliesse il posto dove sederci. Scelse un tavolino appartato in fondo alla sala e si sedette di fronte al muro. Trovai la cosa alquanto sospetta, ma decisi di lasciarla fare.

Airis era incantevole. Il viso ovale di una piccola fata, gli occhi grandi e verdi, con ciglia lunghe e nere, setose come i suoi capelli, il naso piccolo all’insù e la bocca rossa e carnosa a corredo di tanti piccoli denti bianchi. Sembrava uscita da un film di quelli dove tutti sono belli e buoni e invece la sua vita non aveva dovuto essere stata tanto felice fino ad allora, almeno per quel poco che mi aveva fatto capire.

“Airis, come sei finita qui?”
“Mi ci hai portata tu, non ricordi?” mi rispose con la bocca ripiena di hamburger, patate e ketchup. Quando vide il mio viso con un grande punto interrogativo stampato sopra continuò “Ma dai, non posso scherzare? Stamattina Tiziana mi stava portando da mia mamma e ti ho visto. Non era la prima volta che ti vedevo, sai? Ti avevo notata perchè somigli molto alla mia mamma. Volevo conoscerti... tutto qui. E allora mi è venuto in mente di farmi notare leggendoti la mano. Poi quando ti ho letto la mano ho visto il braccialetto. L’ho preso in prestito. Te l’avrei restituito la prossima volta. Io non rubo.”
“Non rubi?”
“No, non rubi. Per noi rubare è un comandamento infrangibile. Siamo cattolici, come voi.”
“Beh, faccio un po’ fatica a crederci.
“Noi Kalderasha siamo zingari onesti. Siamo ‘calderai’. Lavoriamo i metalli. Mio padre lavora per l’Ospedale San Raffaele, pulisce gli strumenti ospedalieri. Viviamo da quelle parti, forse ci avrai visto qualche volta.
“Può darsi. Ma perchè non sei ancora con Tiziana?”
“Sono scappata. Tiziana mi ha portata da mia madre e mi ha lasciata da lei, ma dopo mangiato mentre eravamo in giro hanno fermato mia madre ed io che ero poco più indietro sono scappata, ho avuto paura”.
“Chi l’ha fermata?”
“La Polizia”
“Ah, e perchè?”
“Ci fermano spesso. Devono fare i loro controlli. Poi di solito ci rilasciano dopo qualche ora. “
“Ma per tornare al campo come eravate d’accordo?”
“Tiziana e mia madre avevano appuntamento alle cinque a Loreto.Mia madre non si è vista, Tiziana nemmeno. Stavo girando un po’ la stazione aspettando le sette, quando mi hai trovata.”
“Ma allora potevano essere lì alle sette. Magari ti stanno aspettando?”
“No. Ho dato un’occhiata mentre venivamo qui. Non c’erano. Riproviamo alle nove a San Babila, te l’ho detto. Forse mia madre è stata più a lungo alla Polizia e a Tiziana è successo qualcosa”
“Dai, raccontami qualcosa di te... hai fratelli, sorelle?”
“Non è interessante la mia vita. Tu hai bambini?”
“Io la giudico interessante invece.. e sì, ho due bambini... uno credo più o meno della tua età e l’altro un po’ più grande.
“E perchè non sei con loro, adesso?”
“Sono in campeggio per due settimane.”
“Allora...” disse cambiando argomento “ho azzeccato la previsione oggi? Ti ho fatto un bel regalo di compleanno?”
“No, mi spiace hai sbagliato...”
Si fece seria e rispose: “Io non sbaglio mai.”

Quinto Vagone

Lasciammo Mc Donald's verso le sette e mezza. Le chiesi se voleva un gelato e senza nemmeno aspettare una risposta iniziai a dirigermi verso la prima gelateria a portata di mano. Non avevo previsto di passare lì più di dieci minuti per scegliere tre gusti, uno per pallina, scoprendo alla fine che Airis era una golosastra di cioccolata: nutella, cioccolato fondente e cioccolato bianco. La commessa mi guardò e aggiunse panna, praline e cioccolata fusa senza farmi pagare la differenza o chiedere a lei se poteva farlo.

Ci sedemmo su una panchina sistemata per i clienti appena fuori dalla gelateria.

La guardavo incantata. Ho sempre avuto una certa curiosità verso questi mondi femminili in miniatura, nonostante avessi sempre desiderato dei figli maschi, forse perchè mi riagganciavano alla mia infanzia ed alla mia adolescenza o perchè in qualche modo mi facevano sentire addosso lo scampato pericolo di un continuo confronto generazionale con una persona del mio sesso: si sa, la mamma è adorata dai maschi ed è in conflitto con le femmine, almeno ad una certa età. La guardavo e pensavo come sarebbe stato avere una figlia femmina invece di due maschi. Giocavo ad immaginare come sarebbe stato il mio rapporto con Airis a quell’età e come sarebbe cambiato nel tempo, quando avrebbe attraversato quel confine sottile e labile che si chiama adolescenza, quando sarebbe diventata donna, sposa, moglie e madre.

Airis mi sorprese così d'un colpo mentre ero assorta in questi pensieri, quando mi domandò:
"E se non tornassi più al campo? Mi terresti con te?"
Non sapevo cosa risponderle: non puoi rispondere d'istinto alle domandi importanti, perchè un bambino ricorda le tue affermazioni e le tue promesse ed è pronto a rinfacciartele quando meno te le aspetti. La risposta che si aspettava non potevo dargliela, ma non potevo nemmeno ferirla dicendole un secco 'No'. Dovevo spiegarle quello che la mia risposta significava, prima di dirle Sì o No. Ma non mi diede il tempo di pensarci e disse:

"Sì dai scherzavo, cosa vuoi? Qualche sogno devo pure averlo alla mia età giusto? Mica ho bisogno di una madre io..."

Con quella frase mi aveva rigurgitato addosso il suo mondo, la sua sofferenza ed i suoi desideri, senza che io potessi fare nulla. Istintivamente l'abbracciai senza parlare, la strinsi al mio seno e le baciai la testa. Poi le parlai con l'unico soffio di voce che usciva dalla mia gola zuppa di lacrime: "Ascolta, il mondo degli adulti non è semplice come il mondo dei bambini. Non c'è solo il bianco e il nero. Esiste una infinita gamma di grigi che imparerai a conoscere con il tempo. E ci sono tante leggi che bisogna rispettare: i genitori non si possono scegliere. E nemmeno i figli. Io non posso prendere questa decisione da sola. Non ci siamo solo io o te.." Solo allora la guardai, prendendole il mento tra le mani e sollevandolo per darle un bacio. Solo allora mi accorsi che piangeva, che due fiumi di lacrime le stavano solcando il viso. Dio mio, quanto dolore nascondeva quel piccolo cuore!

“Bastava dirlo che non mi vuoi. Non girare intorno con le parole... Tanto non ho bisogno di te, sai?” urlò.
“Airis, non reagire così. Ascolta: le cose belle non sono mai semplici. Ricordalo. Io ho una famiglia e tu ne hai un’altra. Io non posso decidere quello che tu mi chiedi senza sentire mio marito ed i miei figli, nè tu puoi decidere davvero di cambiare la tua vita senza ascoltare tua madre ed il resto della tua famiglia. La legge dello Stato ce lo impedisce, ma prima di essa la legge del cuore, capisci?”
“Sì, non mi vuoi”
“Airis Airis non capire solo quello che vuoi. A dieci anni alcune cose puoi capirle benissimo, non giocare a nasconderti. Intanto facciamo amicizia. Ci possiamo vedere quando vogliamo io e te, giusto? O meglio... tu puoi cercarmi quando vuoi, sai dove lavoro e ti posso lasciare il mio telefono se vuoi chiamarmi. Hai un telefono dal quale chiamare?”
“Sì, posso trovarlo, ma tanto non ti chiamo”
“Ascolta, diventiamo prima amiche io e te. Poi un giorno, se vorrai, mi potrai presentare a tua madre. Se non hai voglia di stare al campo, nel frattempo posso cercare se c’è un modo per farti uscire, ma ora è troppo presto per parlarne. Ti sta bene, piccola?”
“Sì...”
“Perchè non vuoi tornare al campo?”
“Ho voglia di studiare, di imparare tante cose. Invece da noi ti mandano a scuola solo qualche anno perchè poi devi sposarti. Io non voglio questa vita. Voglio essere come quelle persone sul metrò. A me piacerebbe fare come te, andare a lavorare, guadagnare i miei soldi, essere libera, girare.”
“Tua madre cosa ne pensa?”
“Mia madre non conta. Lei è stata cacciata perchè si è innamorata di un uomo che non era mio padre e queste cose non sono ammesse. Io però la capisco, lei me lo ha spiegato. Quando era giovane suo padre l’aveva promessa a mio padre, un uomo molto potente, che lei non amava. Ha avuto me, ha cercato di restargli accanto, finchè un giorno si è innamorata di un gagé e quando mio padre lo ha scoperto l’ha cacciata.”
“Chi è un gagè? Hai chiamato anche me così prima”
“Una persona come te, che non è rom, che non è zingaro”
“E dove vive tua madre ora?”
“Vive con lui. Il giorno che era andata via mi aveva promesso che prima o poi mi avrebbe portata via dal campo. Poi l’ultima volta che l’ho vista mi ha detto che non poteva più farlo, perchè aspetta un figlio dal gagé e mio padre l’ha minacciata.”
“Ma non ami tuo padre?”
“Mio padre? Mio padre ha occhi solo per i miei fratelli. Non vede l’ora di farmi sposare, così vado via di casa. Mi ha già detto chi sarà mio marito. E’ un uomo grande. Io non voglio. Devo andare via prima...”

Quanta rabbia saliva dentro di me, mista a lacrime che premevano per uscire. Ma dovevo resistere, non potevo piangere davanti a lei. Dovevo solo raccogliere il suo pianto e darle la forza per tornare lì dove il destino l’aveva fatta nascere.

Sesto Vagone

Prendemmo il metrò e scendemmo a San Babila. Girammo a destra dell’edicola e seguimmo il corridoio verso l’uscita di Corso Vittorio Emanuele. Salimmo su in superficie e facemmo un breve tratto a piedi fino a Piazza San Carlo. Seguivo Airis in silenzio. Dopo la chiacchierata che avevamo fatto non mi aveva più rivolto la parola e sarebbe stato difficile dire chi di noi due era più ferita, se lei per quella risposta incerta che sembrava un No o io per essermi arresa alla mia impotenza. Iniziò a gironzolare davanti alla vetrina della Walt Disney come una bambina qualunque, tirandomi dietro sè con la sua manina. Agli occhi del mondo eravamo una madre ed una figlia; ai miei occhi solo due mondi alla disperata ricerca di un punto dove ritrovarsi.

La seguivo svogliata, sentendo dentro di me che non volevo lasciarla. E’ davvero strano come tra due persone un attimo prima sconosciute si possa creare un rapporto così intenso. Non capivo come dalla mattina alla sera io potessi essermi affezionata così tanto a quella bambina, dal desiderare di restarle accanto per esserle come una madre. Non capivo cosa in lei si era così profondamente abbarbicato in me, da temere che il perderla avrebbe potuto sradicarmi una parte del cuore.

Poi Airis si fermò e mi chiese che ore fossero. Erano le nove e dieci.

“Non viene nessuno.”
“Ma non era al metrò l’appuntamento?”
“Alle nove a San Babila non vuol dire che l’appuntamento è al metrò”
“Boh.. mi era sembrato di capire così, ma fa nulla. E quindi?”
“E quindi se tu devi andare vai. Io sto qui fino alle undici”
“Non puoi stare da sola Airis”
“Io posso”
“Airis, sei una ragazzina. Non posso lasciarti qui ad aspettare da sola. Sto con te”
“Non devi tornare a casa?”
“Non mi aspetta nessuno”
“E tuo marito?”
“Lavora fuori Milano dal lunedì al venerdì, non ti preoccupare”.

Quasi avesse sentito di essere chiamato in causa, mio marito mi chiamò sul cellulare. Cominciò a farmi una sfilza di domande su dove fossi e con chi fossi, cosa facessi a San Babila a quell’ora, invece di essere a casa. Mi sentivo in trappola, mi sentivo come fossi un’adultera colta in flagrante nel letto dell’amante, seviziata con mille domande alle quali all’improvviso decisi di non rispondere più, facendo semplicemente cadere la linea del telefono e spegnendolo subito dopo. Non potevo permettere a nessuno di intromettersi nel mio rapporto con Airis e questa era la cosa che più mi lasciò sconvolta, nello stesso momento in cui ne ebbi coscienza.

“Hai litigato con lui per causa mia?”
“No, ho litigato perchè è stronzo e basta”
“Ti ho sentito, non mentirmi”
“E va bene Airis, non capisce perchè io sia qui con te o forse semplicemente non ci crede che io sia con una ragazzina in giro a quest’ora. Del resto, ammettilo, è un po’ improbabile.. Sembra una scusa bella e buona, non ha tutti i torti...”
“E tu perchè sei qui con me?”
“Perchè non posso lasciare una ragazzina tutta sola fino alle undici in San Babila”
“Perchè no?”
“Perchè c’è in giro un mucchio di gente strana, non lo sai?”
“Io lo so. Ma tu hai paura che gli zingari mi rapiscono? Non raccontate queste cose voi gagé? Gli zingari rapiscono i bambini... beh, puoi stare tranquilla, io sono una zingara, ricordi? E ti ho rubato un braccialetto... gli zingari rubano e rapiscono anche i bambini...”
“Airis per favore...”
“Scusa...”
“Che facciamo piuttosto? Dove vuoi andare?”
“Sono stanca. Voglio sedermi”
“Anche io, ma non so dove andare. Ti porterei a casa mia ma non ce la facciamo a tornare per le undici”
“E allora non ci torniamo. Veniamo qui domani, ah ah!”
“Airis, per favore. Ne abbiamo già parlato. Se tua madre o tua zia non ti trovano non pensi che si preoccupino per te?”
“Non gliene importa nulla di me, sono un problema e basta. Per loro e per te.”
“Mm, mi fai incavolare quando parli così. Vieni, andiamo al Duomo, lì non se ne accorge nessuno se ti metti a sedere sui gradini. Stiamo un po’ lì e poi al limite ce ne andiamo in un bar.”
“Ho sonno.”
“Beh non so se riuscirai a dormire... dovremo arrangiarci.”

Andammo così verso il Duomo e ci sedemmo sulla scalinata davanti all’ingresso, di spalle a Palazzo Reale. Airis era davvero stanca e si addormentò appena ebbe appoggiato la testa sulle mie gambe. Rimasi lì a guardarla. La sua bellezza non le aveva concesso una vita migliore, nè l’aveva ripagata del dolore verso una madre che l’aveva rinnegata proprio nel momento in cui lei aveva avuto bisogno di un appoggio sicuro. Le era crollato il mondo addosso, ma lei aveva reagito con la sfrontatezza che solo la sua età poteva regalarle. Quella piccola zingarella aveva una forza dentro che la maggior parte delle ragazzine gagé poteva solo scordarsi. Sorrisi, stavo incominciando a parlare come Airis...


Ultimo Vagone

Ero stanca. Erano quasi le undici meno venti. Avevo avuto una giornata particolarmente lunga e intensa, ricca di emozioni forti come non provavo da tempo. Ero frustrata per la mia impotenza di rispondere alla chiamata di Airis, ero fisicamente spossata dall’aver camminato a lungo con Airis in braccio, per non svegliarla, dopo che più di un vigile mi era passato accanto mentre riposavamo sulla scalinata del Duomo e tra un po’ avrei perso quei trenta chili di cucciola che mi portavo in spalla lungo Corso Vittorio Emanuele, verso Piazza San Carlo.

Esiste un dio? Io credo di sì, ma credo anche che in questi momenti lui sia distratto pensando ad altro. Devo pensarla così, perchè un dio che ama i bambini non li abbandona al loro destino in questo modo, nei vicoli di una metropoli o sui sedili di un vagone dove sbattono da un lato e dall’altro con la testa finchè qualcuno non li sveglia e li caccia via quando la metropolitana chiude al pubblico.

Io non conosco il mondo zigano. Per me è da un lato la magia dei violini, del vivere senza mai fermarsi più di tanto in un solo posto e dall’altro le donne sporche, con i capelli unti e le gonne a balze lunghe fino ai piedi, quelle che mi fanno portare d’istinto ad afferrare la mano dei miei bambini quando siamo in giro o a prendere la borsa saldamente sui manici, spingendola con il gomito verso il petto, come mi aveva insegnato mia zia che insegnava a Bari “vecchio”. Già, perchè hai ragione tu, Airis, io come molti ho sempre pensato che gli zingari siano sporchi, rubino e rapiscano i bambini.

Continuavo a camminare con la pelle che traspirava di sudore in una nottata di fine estate dove non c’era nemmeno un po’ di brezza pietosa a sollevare la mia fatica. I capelli di Airis sciolti mi si intrecciavano sul naso, sulla bocca e sulle spalle. Volevo fermarglieli con un elastico, ma sembrava che il suo si fosse perso lungo la strada. Le sue braccia erano sulle mie spalle, come morte e non riuscivo a vedere nemmeno il suo viso, pigiato contro il mio collo, ma ne sentivo il respiro accaldato e regolare. Le mie gambe iniziavano a cedere, ma io continuavo a camminare: dovevo riportarla a sua madre.

Erano le undici meno cinque quando arrivai in Piazzetta. C’erano ancora fuori alcuni tavolini del bar a sinistra della chiesa ed un cameriere che serviva alcuni stranieri. Chiesi se potevo appoggiarmi un attimo ed avere un bicchiere d’acqua. Il cameriere mi guardò storto e mentre diceva “Prego” scriveva su un biglietto l’ordinazione e me lo metteva sul tavolo. 6 Euro. Ladri, approfittatori. Dare da bere agli assetati, diceva Gesù, ma intendeva gratis. Pagai e mi sedetti ad aspettare. Passarono circa dieci minuti. Nonostante il tempo lo permettesse, non c’era molta gente in giro. Evidentemente molti erano ancora fuori Milano e quei pochi che c’erano erano da qualche parte a godersi l’aria condizionata.

La vidi sbirciare da dietro una colonna. La vidi con la coda dell’occhio, senza rendermi conto che guardava me. Poi il suo sguardo si fece più insistente e il suo interesse verso di noi sempre più evidente. Avanzò verso di me ed io mi alzai. Uno specchio. Uno specchio non avrebbe potuto riflettere la mia immagine senza Airis in braccio e con altri vestiti, ma lei sì. Era la mia immagine smossa dal tempo, che rifletteva i miei trent’anni. I capelli un po’ più lunghi forse rispetto a come li portavo io allora e la pancia gonfia del quinto mese di gravidanza, ma per il resto eravamo due gocce d’acqua. Airis non aveva mentito.

Mi prese Airis dalle braccia, sentendo e forzando la mia resistenza e si sedette.

“Grazie. Volevo dirle che non l’ho abbandonata. L’ho persa di vista quando la Polizia mi ha fermato per un controllo stamattina. Allora sono andata al campo da suo padre per cercarla e gli ho confessato che lei è figlia del mio nuovo compagno. Ho dovuto dirglielo per portarla via dal campo. Lei non ci vuole stare ed ha ragione”
“Lo so” dissi “me lo ha raccontato. Dove la porterà adesso?”
“Abbiamo una casa, un appartamento. Il mio compagno lavora e da settimana prossima ho trovato anche io lavoro. Airis andrà a scuola. Le piace molto studiare.”
“Sì, mi ha detto anche questo”
“Grazie davvero. Mi aveva parlato tante volte di una signora che mi somigliava moltissimo, ma non le avevo creduto. Invece aveva ragione...Beh, ora devo andare, il mio compagno mi aspetta qui dietro... Non so davvero come ringraziarla...”
“Posso farle una domanda?”
“Certo.”
“Airis non corre pericolo? Mi ha detto che suo padre... insomma, lei ha paura...”
“Stia tranquilla. Io sono stata bandita dalla comunità ed ora che ho confessato la reale paternità, Airis può stare con me: non la vogliono più al campo. Ho parlato ieri con un’assistente sociale. Ci aiuterà i primi tempi...”
“Bene... allora... me la saluti quando si sveglia e... ne abbia cura” dissi con le tonsille che fuoriuscivano dalla bocca per la commozione e la lingua che le ributtava indietro per non tradire l’emozione che provavo.
“Naturalmente... Arrivederci”
“Arrivederci” dissi, accarezzando la testa di Airis e lei come per incanto proprio in quel momento aprì i suoi occhioni verdi e mi sorrise. “Ciao Airis” le dissi “hai visto che la tua mamma è tornata e ti porta con sè?”
“Sì... e tu hai visto che avevo ragione stamattina?”
“Shhh quello sarà il nostro segreto, ok?...”

Le sorrisi, le diedi un bacio sulla guancia e mi girai per andare verso il metrò. Frugai nella borsa per prendere un biglietto e nella taschina dove infilai le dita sentii qualcosa di sottile e duro. Lo tirai fuori e con sorpresa scoprii che era il mio braccialetto, lo stesso che Airis mi aveva sottratto la mattina.

Alla bellezza si perdona tutto, vero piccola impertinente gagé?

(Fine)

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