Il mio commento
E’ un libro da gustare lentamente, sia perché lento è il trascorrere del tempo che l’autrice racconta, sia perché è bello assaporare lo stile, lasciare che le immagini sedimentino, riprendere le pagine una dopo l’altra e scoprire che l’autrice ha aspettato, come una vecchia amica che ha sospeso un racconto in attesa che tu tornassi a trovarla e fossi disposto ad ascoltarla.
E’ indubbiamente diverso rispetto alla maggior parte degli autori che ho letto ultimamente. Difficile, indubbiamente, per i tempi che richiede e per le immagini che a volte non sono semplici ed immediate. Mi ha ricordato altri “grandi” romanzi: “La montagna incantata” di Thomas Mann o “Il tamburo di latta” di Günter Grass.
Come per questi, però, sono contenta di essere riuscita ad arrivare in fondo. Molto bella la parte in cui l’autrice descrive la sua vita in Europa. Malinconico il rientro, bellissima la descrizione finale del suo rientro a casa, della sua difficile scelta degli oggetti da portare via, oggetti dei quali “avvertivo ancora i valori, il bisogno che ne avevo, il bisogno degli altri di averli come ricordi”, oggetti che tolti dal loro ambiente diventano “un mucchio di spazzatura”. E qui la scoperta che i veri tesori sono quelli che riesce a portare nella “Città degli Specchi”, il mondo dove sopiscono i ricordi trasformati dalle emozioni in scintillanti “Palazzi di Specchi”.
Un consiglio: non leggetelo in metropolitana. Questo libro merita tutto il tempo che gli dedicherete.
