Quella mattina mi ero alzata
molto presto. Dormivano tutti a casa, mentre io non riuscivo a prendere sonno.
Mi rigiravo nel letto come una dannata all'inferno per un sogno, uno stupido
sogno che mi aveva travolto e stravolto quella notte.
Ero in un locale molto ampio, nel
privé di un club, credo, o una hall di un albergo, uno di quegli alberghi dove
non penso di poter mai entrare, esclusivi, snob, da ricchi insomma, ricchi
spiantati, e soprattutto potenti. E’ una sala con luci soffuse, piccoli
lampadari bassi che ricadono leggeri sui singoli tavoli. Una musica jazz
risuona nell’aria, appena di sottofondo. Ero seduta ad uno di questi tavoli.
Indossavo un vestito nero, aderente. I capelli raccolti in uno chignon, dal
quale comunque dei piccoli ciuffi ricadevano intorno al mio viso. Una strana
pettinatura, se pensi a come di solito li porto sciolti e selvaggi. Mi vedevo
particolarmente attraente e sensuale. Contrariamente al solito, mi piacevo ed
era una bella sensazione.
Le mie mani affusolate reggevano
una flûte di champagne, che sorseggiavo in attesa di qualcuno. Non sapevo chi
stessi aspettando, ma qualcuno doveva essersi seduto al tavolo con me, perché
un'altra flûte era appoggiata sul tavolo, riempita solo fino a metá, come se
qualcuno ne avesse goduto qualche sorso e si fosse poi alzato per qualche
motivo. Io ero lì, in attesa del suo
ritorno. Un impegno in toilette, forse. O una telefonata che richiedeva
una certa privacy e un'urgenza tale da dovermi lasciare al tavolo ad aspettare.
Non mi sentivo contrariata dalla situazione, tuttavia, e mi guardavo in giro,
tranquilla, in attesa che quella persona tornasse a me.