Camminavo lentamente lungo il
viale alberato, sbirciando tra i rami un cielo stranamente azzurro e ripulito
dello smog, che d’inverno ricopre Milano. L’afa di prima mattina era già
insopportabile e nell’aria l’odore delle caldaie e degli scarichi delle auto
aveva fatto posto all’acredine che esalava dai corpi già sudati della gente che
si recava frettolosamente al lavoro.
I tacchi affondavano nell’asfalto
e mi sembrava di camminare su un tappeto di gomma. Non facevano nemmeno il
rumore che d’inverno accompagnava il mio solito tragitto, scalfendo il ghiaccio
formatosi nella notte.
Sentivo l’umidità ricoprire il
mio corpo come fosse un velo oramai permanente da qualche giorno e la gonna
ampia che portavo era appiccicata alle gambe, invece di svolazzare intorno a
loro quasi dispettosa, al ritmo della prima brezza di primavera.
Le fronde degli alberi sopra di
me erano secche e morte, ma io le immaginavo di quell’arancione che in autunno
tingeva il cielo del colore caldo di un abbraccio. Saltavo i rametti e cercavo
di evitare la terra secca e grigia che ricopriva il parchetto che mi portava
dritto al centro della città.
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| Montreal_Beggar_I_by_chirilas.jpg www.deviantart.com |
Mi fermai di colpo quando
nell’aria si espanse un fetore putrido inusuale per qualsiasi stagione. Conoscevo
bene quella strada, che avevo percorso per anni prima di quel giorno, cogliendo
le sfumature di ogni stagione: le mie narici si dilatarono inorridite di fronte
a quell’esalazione sconosciuta che sapeva di morte.
Lo guardai. Era disteso in terra
e mi colpì la coperta che lo avvolgeva, e dentro il suo corpo, che tremava come
se il caldo lo avesse abbandonato, avendo paura di restargli vicino. Fremiti
gli attraversavano il corpo di continuo, e nessun altro movimento accompagnava
l’immagine immobile sul marciapiede, rintanata in un angolo, come se lui si
fosse coricato apposta lì, con l’accortezza di non dare fastidio.
