Capitolo 1
Era un sabato mattina di aprile e faceva quasi
caldo. La primavera era sbocciata: lo si poteva sentire nell’aria, che
sfrizzolava allegra nel mio allergico naso, lo si vedeva nel verde acceso dei
prati, nei colori dei fiori, nel cielo terso e azzurro.
Passeggiavo in bicicletta nel parco, quando mi trovai di fronte al cimitero
e mi fermai a guardarlo. Attraverso l’ingresso bianco e marmoreo, piccole
donnine si affannavano avanti e indietro, nello sguardo il loro dolore più o
meno lontano, ma sempre forte e presente. Ebbi voglia di entrare, seguendo
quell’istinto che spesso avevo avuto, ma che avevo represso a causa delle mille
cose che avevo sempre da fare. Lasciai la bicicletta fuori al parcheggio, attaccata
ad un palo con una piccola catena (non si sa mai!) e attraversai l’arco di
ingresso che segnava il passaggio dal mondo dei vivi al mondo degli eterni.
Guardai i tre viali che si dipanavano come fili di seta innanzi a me, e fu
ancora una volta l’istinto a scegliere: sinistra.
Iniziai a scrutare le tombe. Quello che mi affascinava di più era l’idea
del corpo sottoterra. Di fatto, ignoravo i corpi deposti nei muri e mi
concentravo sulla terra piena di croci e statue e fiori. Non stavo cercando
qualcosa, mi muovevo lentamente, con gli occhi sulle foto e sui sorrisi
catturati per l’eternità, leggevo i nomi e le date di nascita, facendo
velocemente i conti degli anni che quelle persone avevano avuto la fortuna di
vivere, osservando i fiori deposti sulle loro tombe, se erano freschi o secchi,
di colore vivace o tenue. Ciò che poi catturava la mia mente era il tentativo
di riportare, per ciascuno di loro, l’immagine che vedevo nelle fotografie, al
corpo che giaceva sotto terra, nella sua composta posizione di morte, con gli
occhi chiusi, il sorriso accennato, le mani incrociate sul davanti, i piedi
uniti. E immaginarli lì sotto, freddi, decomposti più o meno dal tempo, mi dava
quel brivido che mi faceva assaporare ancora di più il sole che si appoggiava
violento sulla mia pelle, scaldandola.
Camminavo, con la testa vuota di pensieri e lo sguardo in basso, quando una
vecchina mi chiamò da lontano. «Ehi, tu...». Alzai lo sguardo su quella donnina
piccola, molto piccola, e molto magra. Era vestita con una gonna nera, una
camicia nera ed una giacchina di lana, anch’essa nera. La pelle era quasi
trasparente, ripiegata in minuscole rughe, una sull’altra, ma tra di loro
spiccavano due occhi di un azzurro che sfidava il bel cielo di primavera sopra
di noi. Mi avvicinai a lei e quando le fui di fronte, lei appoggiò la sua esile
e grinzosa mano sul mio braccio. Alzò la testa e mi disse, indicando con
l’altra mano una lapide molto semplice, di pietra levigata, dove era appoggiata
una sola gardenia bianca:
«E’ tua nonna, vero, quella lì? Sei venuta a trovarla?»