Il cameriere si allontanò dal tavolo, e appena la sua figura si mosse, un viso di donna mi apparve in tutta la sua bellezza: i capelli biondi raccolti in un delicato chignon, gli occhi azzurri trasparenti, i lineamenti che raccoglievano una perfezione d'altri tempi.
Nel momento in cui i nostri sguardi si incrociarono, la voce di suor Amandine emerse nella mia coscienza e sentii il tocco della sua mano trasformarsi in una presa stretta che avvolgeva la mia: «Sali, George, presto. Il treno parte.»
Avevo cinque anni, e suor Amandine era la superiora dell'orfanatrofio in cui avevo vissuto almeno da quando ero in grado di far emergere i primi ricordi. Di ciò che c'era stato prima non sapevo nulla, forse perché non avevo mai chiesto, forse perché non potevo immaginare all'epoca, che un prima diverso potesse esserci mai stato. Tutto ciò che ricordavo era tutto ciò che avevo e sapevo di me.
«Dove andiamo?»
«A Parigi, George.»Il nome di quella città non solleticava in me nessuna immagine, se non quella di un paesaggio simile a quello che aveva iniziato a scorrere veloce dietro il finestrino offuscato dalla nebbia del primo mattino: campi estesi splendenti di rugiada, case di mattoni sparse, piccoli borghi insignificanti in cui la gente sopravviveva a giornate oberate di lavoro. Parigi era per me qualcosa di analogo, solo molto più grande, perché, questo lo sapevo, Parigi era la capitale della Francia.
