«Io
sento le voci: se fossi nato tra i nativi americani sarei stato lo sciamano, l’uomo
più importante del villaggio. Qui, invece, vivo tra medicine e TSO…»
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18 mar 2015
Il timpanista, Simone Cristicchi in Centro di Igiene Mentale
Come il timpanista bizzarro
Tutti gli altri ti saltano addosso come tigri,
e tu devi sperare che ti sbranino nel minor tempo possibile.
Non importa se quel colpo fuori tempo
Era proprio ciò che ci voleva.»
Vittoria M.
Foto: drums_by_franekbmx.jpg (deviantart.com)
Il cancello, Simone Cristicchi in Centro di Igiene Mentale
Mi guardo intorno, osservo il mondo di oggi e penso: “Bisogna
vedere da che parte si chiude il cancello!”
Aldo Trafeli, ex infermiere del manicomio di San Girolamo a Volterra.
Pazzo, Simone Cristicchi in Centro di Igiene Mentale
Quando la tua pazzia
Non desiderataQuando la tua pazzia
Non voluta
Viene strangolata
Nelle sbarre della fossa
Tu
Da impotente caprone
Ti trasformi in un uomo
E l’unico mezzo per farlo
L’unico mezzo per stupire i Camici Bianchi
Che ti vogliono curare a fondo
È quello di chiuderti
In una pazzia voluta
E quando vuoi essere pazzo
Nessun camice bianco
Riuscirà a tirarti
Fuori dalla fossa
Tu
Vuoi essere pazzo
E sarai
Un beato felice pazzo
Per tutto il resto
Della tua vita
Pazzo.»
(scritta nell’unica luce di notte – cesso – alle ore 3, del
10 settembre 1968)
Scritta su un muro di Ville Sbertoli, ex Manicomio della
zona di PistoiaLa farfalla, Simone Cristicchi in Centro di Igiene Mentale
«Te lo sei mai chiesto quanto ci mette un bruco a diventare
farfalla? Sono otto mesi precisi! Otto mesi per trovare il coraggio o la vanità
di mettere su quelle ali e volare. Volare! Perché di strisciare al bruco non va
proprio giù. E poi? Poi ti ritrovi farfalla… libera, almeno credi, di lasciarti
andare. Sì, perché in realtà il più flebile soffio basta, affinché la tua rotta
cambi. E tu ti limiti a fluttuare, accarezzata dalla corrente. Noi viviamo
secondo l’idea che gli altri ci hanno dettato della vita, alla quale
inconsapevolmente abbiamo aderito. Io ce l’ho il coraggio di vivere anche senza
cercare un senso, di andare controvento, quando il vento vuole spingermi da un’altra
parte. Così. Senza senso. Perché dimmi, hai mai capito qual è il senso di
essere farfalla? Se ci metti otto mesi a venir fuori da quel bozzolo e tre
giorni soltanto per morire?»
Adesso credo che il vero, unico senso della fragile
esistenza di una farfalla sia il dono di un momento di stupore negli occhi di
chi la guarda volteggiare.
Foto: butterfly_by_musiicxmaniiac-d3b3c6a.jpg (deviantart.com)
16 mar 2015
Un matto, di Simone Cristicchi (da Centro di Igiene Mentale)
Davanti a un matto, ho sempre avuto la stessa sensazione, lo
stesso identico brivido. Fissare negli occhi la follia è come guardare nella
profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affondata, un relitto
che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una
frase difficile che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterla capire.
I relitti della psichiatria, i relitti della follia, i relitti della violenza,
i relitti della società. Nelle facce di questi relitti io scorgo l’impossibile,
l’irraggiungibile.
Volti come imbarcazioni affondate, condannate a stare sotto
la superficie, per sempre. Nelle molteplici espressioni di questi visi
rosicchiati dal dolore, io riconosco la bellezza. Il fascino del nostro incerto
cammino, fatto di labili speranze ed equilibri fasulli.
In quelle mani che non stanno mai ferme, in quegli occhi
profondi e inquieti, io ritrovo l’uomo, al di là di ogni sua fragile
costruzione. L’uomo nudo, finalmente spogliato, che ha davanti a sé il mistero
della sua vita e del suo imponderabile destino.
Cos'è un uomo, Vittorino Andreoli in Centro di Igiene Mentale
Guardavo che cos’è un uomo con un cervello che non funziona,
e vedevo un uomo felice. Anzi, mi veniva da pensare che solo l’idiota e il
maniacale possono essere felici.
E mi chiedevo se non fosse da ammirare un oligofrenico, che non
vuole il male di nessuno, non costruisce macchine e non odia. Sono loro che
dovrei disprezzare? O piuttosto quelli che un cervello ce l’hanno, tutti quegli
intellettuali che usano per asservirsi, quei cicisbei della testa che scrivono
per il padrone? Per me un oligofrenico è meglio. Perché un oligofrenico non
farà mai il furbo per farti del male, non ne è proprio capace. La furbizia, il
calcolo, la falsità sono tutte doti dell’intelligenza. Non è forse la vera
felicità non avere freni inibitori e, ugualmente, non voler far male a nessuno?
(Vittorino Andreoli, citato in Centro di Igiene Mentale, di Simone Cristicchi)
Ascoltare, di Simone Cristicchi (tratto da Centro di Igiene Mentale)
Ascoltare è difficile. È
automatico che a una domanda segua una risposta, ma non è così. La prima
risposta è l’ascolto. Non un ascolto qualsiasi, ma “rispettoso”, attraverso il
quale farsi condurre dalla persona alla scoperta di cosa voglia dire essere
quello che è.
Il tempo ha un diverso valore, ne occorre davvero tanto per raggiungere anche il più piccolo degli obiettivi, ora dopo ora, colloquio dopo colloquio, capisci che nessun minuto è sprecato, nessun silenzio è inutile.
Il tempo ha un diverso valore, ne occorre davvero tanto per raggiungere anche il più piccolo degli obiettivi, ora dopo ora, colloquio dopo colloquio, capisci che nessun minuto è sprecato, nessun silenzio è inutile.
Il tempo trascorso nel racconto, nel dialogo, nella ricerca
di sé non è tempo sottratto alla vita, ma lotta per la vita stessa.
Giovanni Blu, Simone Cristicchi (estratto da Centro di Igiene Mentale)
Giovanni ha i capelli corti. La madre lo porta dal barbiere
una volta al mese, da quando era bambino, perché aveva avuto i pidocchi. Da
quel periodo in poi è diventato un appuntamento fisso, e guai a sgarrare di un
giorno. I suoi capelli non devono superare la lunghezza di un
centimetro.
È gentile, molto riservato, e come tutti i pazienti affetti
da autismo vive in uno stato di totale isolamento dall’ambiente esterno. È
chiuso a chiave nel suo mondo interiore.
Una delle caratteristiche di Giovanni è il desiderio
ossessivo di mantenere immutabile l’ambiente intorno a sé, è maniaco dell’ordine,
della precisione. Ha un modo ripetitivo nell’eseguire azioni banali come
vestirsi o mangiare. Giovanni sembra imprigionato in una serie di regole
autoimposte, regole che lo tranquillizzano e lo rendono sicuro di non
sbagliare. Tutti lo sanno e si comportano di conseguenza, facendo attenzione a
non oltrepassare i confini immaginari della sua realtà. Queste regole sono
tutto ciò che ha.
A Giovanni piace disegnare, passa ore e ore chino sul tavolo
della sala. Quando disegna sembra totalmente immerso nella sua fantasia e non
risponde ad alcuno stimolo esterno, una parola, una voce, un semplice rumore.
Disegna paesaggi, con le case in basso e qualche piccola
collina verde sullo sfondo. Disegni fatti bene, curati nei minimi dettagli.
Il resto del foglio è tutto colorato di blu. “…È il cielo”
mi dice tutto contento. “…È il cielo”. Già, il cielo. Ecco a cosa servono quei
pennarelli blu che sono andato a comprare. Giovanni è capace di consumare un
pennarello blu al giorno, riempiendo con estrema cura ogni minimo spazio del
foglio. Spesso non riesce a concludere la sua opera perché il pennarello blu
gli muore nella mano. E lui, sembra morire con quel pennarello. In quei casi
non c’è modo di farlo alzare dalla sedia.
Resta come inchiodato, con lo sguardo perso nel vuoto. Un vuoto che
profuma di dolore. Diventa pallido, comincia a sudare freddo, entra in uno
stato di panico quieto. Sembra una crisi di astinenza.
Per sdrammatizzare gli dico: “Giovà, lasciali bianchi quegli
spazi che ti sono rimasti! Potrebbero essere le nuvole, no? Nel cielo ci sono
pure le nuvole.”
Lui si gira verso di me con le lacrime agli occhi e dice: “Quando
c’è le nuvole, vuole dire che piove… Qui non deve piovere! Non deve piovere mai…
Devo finire il cielo, devo finire il cielo, devo finire il cielo…”
Quando torno con i tre pennarelli nuovi in mano. Lui aspetta
che li appoggi accanto alle sue mani lunghe. Si asciuga quei grossi lacrimoni e
torna sereno.
Sereno come quel suo cielo, colorato di blu.
14 mar 2015
Io sono Matto
Io sono Matto. Per questo posso fare tutto quello che voglio.
Tutto mi è permesso.
Io sono Matto e mi sta bene così.
Così non devo fingere.
Se mi va, rido. Se no, no!
Il mio pensiero è libero di andare, oltre il mio corpo, ogni oltre legge.
Al di là di tutte le bugie del mondo.
Il senso sono io, in quanto Matto.
Mi hanno insegnato l'ordine, e la mia vita è il caos.
Di colori ne vedo tanti, proiettati su questo muro color pistacchio.
E un giorno ho pure appeso un mio ritratto, così mi posso guardare in faccia, senza trovare mai una nuova ruga ai lati degli occhi.
Ma il matto non obbedisce mai agli ordini.
In questo mondo dove tutti dicono sì, chinando la testa, il matto si rifiuta, dice no.
Obbietta!
Obbietta perché forse è obbiettivo, perché fotografa la realtà.
Io sono Matto, e mi trovo abbastanza bene, qui dentro.
Tutto sommato mi sento protetto, in un guscio spesso.
La mia è una casa senza pareti, niente confini.
Finalmente posso spaziare, senza ali riesco pure a volare.
E vi guardo dall'alto.
Come siete piccoli, minuscole formichine impazzite, che vi dannate a costruire certezze di marmellata. Nei vostri cunicoli bui, nelle vostre personali catacombe, vi perdete.
E non c'è luce che vi possa arrivare. Non c'è una ringhiera verde da scavalcare.
Ché i confini li hanno fatti per recintare, chiudere, segregare. Dimenticare.
Dimenticate che ci sono anch'io, ma non potete fare finta di niente.
Sarò irraggiungibile, correndo. Anche se fermo su me stesso.
E me ne andrò per i prati, come sull'asfalto rovente.
A piedi scalzi.
Sono Matto e rappresento la vostra Salvezza.
Quella sfocata percezione di essere nella ragione.
Io sarò sempre il torto, il distorto, l'adunco.
Sono una meravigliosa imperfezione,
come uno stupendo sbaglio di Dio.
(estratto)
Centro di Igiene Mentale
Un cantastorie tra i matti
Simone Cristicchi
Tutto mi è permesso.
Io sono Matto e mi sta bene così.
Così non devo fingere.
Se mi va, rido. Se no, no!
Il mio pensiero è libero di andare, oltre il mio corpo, ogni oltre legge.
Al di là di tutte le bugie del mondo.
Il senso sono io, in quanto Matto.
Mi hanno insegnato l'ordine, e la mia vita è il caos.
Di colori ne vedo tanti, proiettati su questo muro color pistacchio.
E un giorno ho pure appeso un mio ritratto, così mi posso guardare in faccia, senza trovare mai una nuova ruga ai lati degli occhi.
Ma il matto non obbedisce mai agli ordini.
In questo mondo dove tutti dicono sì, chinando la testa, il matto si rifiuta, dice no.
Obbietta!
Obbietta perché forse è obbiettivo, perché fotografa la realtà.
Tutto sommato mi sento protetto, in un guscio spesso.
La mia è una casa senza pareti, niente confini.
Finalmente posso spaziare, senza ali riesco pure a volare.
E vi guardo dall'alto.
Come siete piccoli, minuscole formichine impazzite, che vi dannate a costruire certezze di marmellata. Nei vostri cunicoli bui, nelle vostre personali catacombe, vi perdete.
E non c'è luce che vi possa arrivare. Non c'è una ringhiera verde da scavalcare.
Ché i confini li hanno fatti per recintare, chiudere, segregare. Dimenticare.
Dimenticate che ci sono anch'io, ma non potete fare finta di niente.
Sarò irraggiungibile, correndo. Anche se fermo su me stesso.
E me ne andrò per i prati, come sull'asfalto rovente.
A piedi scalzi.
Sono Matto e rappresento la vostra Salvezza.
Quella sfocata percezione di essere nella ragione.
Io sarò sempre il torto, il distorto, l'adunco.
Sono una meravigliosa imperfezione,
come uno stupendo sbaglio di Dio.
(estratto)
Centro di Igiene Mentale
Un cantastorie tra i matti
Simone Cristicchi
Centro di Igiene Mentale, Simone Cristicchi
Prima eravamo matti,
adesso siamo malati,
quando saremo considerati uomini?
Centro di Igiene Mentale
Un cantastorie tra i matti
Simone Cristicchi
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