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9 gen 2012

L’uomo della pipa


dal Diario della Regina degli Elfi, la donna con il cappello di paglia

Era la foto di mio padre. Un padre che avevo conosciuto poco, che avevo amato per quello che era riuscito a darmi di sé e che avevo odiato per quello che si era portato nella tomba in un lontano passato che facevo fatica a ricordare. Di lui conservavo oramai solo qualche sbiadito ricordo, posto in fondo al cuore, il più in fondo possibile perchè non facesse male. Sapevo che lui era la parte felice di me, quella che pensavo fosse stata persa per sempre. In quella foto ritrovavo i suoi occhi che brillavano di felicità, il suo sorriso aperto. Una foto di altri tempi che mi ricordava Rodolfo Valentino, lui stretto dentro un accappatoio, un asciugamano tra i capelli e una pipa in bocca.

L’avevo scelta come foto del mio profilo su Facebook. Tra tante altre, era quella che contrastava di più con l’uomo che sentivo di essere, un uomo che aveva rinunciato a cercare quella stessa felicità che mio padre, da un altro tempo e da un altro spazio, sfacciatamente mi ricordava.

Gabriel.

***

Era un sabato di fine novembre. Ero stata in giro tutto il pomeriggio con alcune amiche e stavo rientrando a casa: avevamo girato come matte per tutto il giorno lungo il centro a caccia di regali. Verso sera ci eravamo presentate puntuali a O'Connell Street per il Big Switch On, la cerimonia che a Dublino segna l’inizio delle celebrazioni natalizie. Adoravo esserci ogni anno, da quando l’avevo scoperta. Era come una piccola magia nella mia vita ed ogni anno rimanevo incantata e sospesa con l’animo di una bambina che segue affascinata quei giochi di luce, le stelline che cadono dal cielo lungo i muri delle case, la faccia del pupazzo di neve che si forma pian piano in un enorme sorriso, la palla dell’albero che si schianta contro la parete della casa dove viene proiettata, le finestre che si illuminano di mille colori e i ballerini che danzano dietro di esse, accompagnati dalla musica “All I want for Christmas is you, baby”, i fuochi di artificio spiaccicati contro le pareti, i regali che piovono dall’alto  riempiendo i tre piani di casa, il fuoco che brucia nel camino e l’atmosfera di Natale che ti penetra dentro e  ti riscalda l’anima, perchè a Natale bisogna essere per forza felici.

Avevamo poi fatto tappa a Temple Bar, a sentire la Drogheda Brass Band e le sue tipiche canzoni natalizie, avevamo girato per i mercatini natalizi ed infine avevamo mangiato qualcosa in un pub della zona, per sentirci una volta tanto un po’ più Dubliners e vivere fino in fondo la città dove vivevamo.

7 gen 2012

Il cappello di paglia


Ero a Cuba, Trinidad, quella sera. Con Fabiana e Manuel. Ero un po’ giù di corda, nonostante Cuba sia il posto peggiore per essere giù di corda, visto che tutto trascina dietro l’allegria. Eravamo in una locanda sulla spiaggia, faceva caldo, quel caldo che solo una tempesta tropicale porta con sé. Avevo comprato un cappello di paglia per mio padre. Lo indossai, assecondando Fabiana e Manuel che cercavano a loro modo di tirarmi su il morale. Quando mi voltai verso Fabiana, che sedeva alla mia sinistra, Manuel mi scattò quella foto. Non so se fu perchè mi colse alla sprovvista - Manuel non era quello che può essere definito un bravo fotografo, perciò credo più al caso che alla bravura -  ma in quella foto colse l’essenza della mia anima. Fu credo per quel motivo che decisi, tempo dopo, di caricare proprio quella foto sul mio profilo di Facebook.
All’epoca non sapevo, non potevo sapere, che quella foto mi avrebbe cambiato la vita.
Vicky

***

Era una delle solite serate di merda, in cui tutto il marciume che avevo dentro veniva fuori. Rabbia, delusione, angosce, paure. Tutto mi saltava dritto nello stomaco e veniva su, ad attanagliare cuore e cervello, a mordermi dietro il collo, a prendermi per il bavero e sbattermi contro un muro. Quello che ero stato si rivoltava contro di me, mettendomi di fronte alla triste realtà della mia vita e chiedendomene il conto, da pagare con il sangue.

Sentivo talmente tanta rabbia dentro che dovevo trovare un modo per sfogarla. Afferrai la bottiglia che avevo davanti e ne trangugiai un sorso, gustando il calore dell’alcool che scendeva giù nel mio ventre, ad infiammarne le membra. Crollai sul divano, ridendo di me, di quello che ero diventato con gli anni. Da buon padre di famiglia e marito tutto sommato esemplare, mi ero trasformato nel fantasma di me stesso, vinto dalle delusioni, sprofondato nell’assoluto scetticismo verso la vita. “Che capiti quello che deve capitare. Chi se ne frega, anche se muoio”. L’avevo pensato spesso negli ultimi tempi, e soltanto il pensiero dei miei figli mi aveva trattenuto dal saltare giù da un balcone: quella sarebbe stata la vigliaccata più grande che avrei potuto fare e loro, no, loro non se la meritavano.

Bevvi ancora, con il riso che si trasformava amaro sulla mia bocca. Mi passava davanti agli occhi la mia vita, come fossi in punto di morte. Mi sembrava di avere un peso sul cuore, una melma nera che mi trascinava giù all’inferno. Mi vedevo sul pavimento imbrattato dell’odio e della rabbia che nel tempo si era cumulata in me. Sentivo sospirarmi nel cuore e nelle orecchie tutta la paura che negli anni avevo provato. Guardavo con orrore il mio corpo imputridire e nell’illusione di sollevarmi da quell’incubo, la mia bocca continuava ad attingere al fiele dell’alcool, nel cui puzzo oramai ero immerso in modo indecente.

Mi ero abbruttito. Avevo perso la speranza che le cose si potessero risollevare. Mi dicevo “Non amerai più. Non sei capace di amare. Non vivrai più una vita normale”. Non avevo nemmeno una coscienza che mi rispondesse con un filo di voce. Quella coscienza era stata sotterrata a lungo dopo che me ne ero andato di casa, l’avevo persa nei letti che avevo cavalcato, nelle porcate che avevo fatto, nel tentativo di succhiare un po’ di amore dalla vita. E con la coscienza, avevo perso anche la dignità di vivere.