Avevo bisogno di quel frammento di felicità che lei mi aveva dato, giorno
dopo giorno, per cinque mesi. Non potevo farne a meno, ma dovevo farne a meno.
E cosi mi aggiravo allo sbando per ogni camera della mia casa, cercando oggetti
o pensieri che mi tenessero impegnato, ma soprattutto mi occupassero le mani,
impedendomi di scriverle o di telefonarle.
Ero stato bandito dalla sua vita nel modo più subdolo, con la sua
indifferenza: verso i miei messaggi, verso la mia vita, e soprattutto verso il
mio dolore, che in quel momento era insopportabile.
Fluttuavo nel vuoto della mia mente. Un po' tra i ricordi belli, un po'
negli ultimi scambi di messaggi che avevano scritto la mia condanna a morte.
Certo, avevo scelto io di non vederla più. Ma solo per non soffrire, per non
provare in me quell'accecante gelosia che mi faceva sentire uno stalker nello
spiare inosservato la sua vita online, cercando la certezza che lei fosse
oramai lontana da me, proprio nel momento in cui io avevo deciso di fare il
passo più importante della mia vita: chiederle di vivere insieme.