Ero seduta davanti al camino. Lui mi guardava ed io
avevo un disperato bisogno di una favola, una di quelle che riescono a
trascinarti altrove quando hai bisogno di volare. Per me lui era questo:
l’insostenibile che diventa leggero e si scopre sostenibile...
«Pavone Bianco, raccontami un’altra storia...»
L’uomo si eresse sulla torre, mostrando tutto il suo vigore. I muscoli
trionfavano, esondando dal suo corpo come un fiume in piena. Pulsavano dentro
il suo corpo le arterie. La rabbia sfociava da ogni poro mentre eretto, sulla torre,
da solo, urlava al vento con una voce che di umano non aveva più nulla.
Completamente nudo, fermo, immobile in una notte fredda, in quell’urlo
concentrava ciò che di più profondo e terribile era nel suo cuore. Cosa fosse,
era un sentimento che nessuno poteva conoscere e capire, se non lui.
Sentì la sua pelle incresparsi piano, i pori allargarsi e tanti piccoli
peli spuntare sul suo corpo. Egli sentiva la sua pelle dilatarsi, nonostante facesse
ogni sforzo per evitare quella trasformazione che odiava. Ogni centimetro del
suo corpo tirava. Sentiva le sue ossa curvarsi e dalla posizione eretta si
ritrovò a quattro zampe , con il muso verso terra ed un ringhio che comparve involontariamente,
lì dove un tempo c’era stato un sorriso. Odiava quei momenti in cui si
trasformava in qualcosa di diverso da quello che voleva essere, eppure lui
sapeva che quella era la sua vera natura e che quel processo era inarrestabile.
Riusciva a trovare un senso a tutto ciò, solo nella sua anima feroce e
solitaria.
L’ululato risuonò per la foresta. Era terribile, e al diffondersi di quel
suono che sapeva di sangue, tutti gli animali si ritiravano nelle proprie tane.
Sapevano che di lì a poco sarebbe iniziata la caccia. Non era un uomo. Non era
un lupo. Era quanto di più pauroso poteva aggirarsi per la foresta di Nowhere.