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20 feb 2017

Il sorriso imperfetto di Carla Pavone


Dopo una vita intensa trascorsa alla ricerca continua di sensazioni travolgenti che le appagassero l’anima, Lisa si ritrova ai confini tra follia e dolore. Attraverso un percorso artistico di note, parole e colori, in un crescendo di emozioni intense, sua figlia Viola la riporta alla realtà, consentendole di superare l’esperienza traumatica vissuta. Tuttavia, proprio nel momento in cui Lisa si è convinta di poter vivere una vita normale e guarda al futuro, le sue ombre sembrano tornare...

A breve disponibile su tutti gli store online, in formato cartaceo e e-book. Disponibile subito al link:http://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/il-sorriso-imperfetto-9788892649903.html


6 mag 2013

28 apr 2013

Il sorriso imperfetto, Capitolo 38

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Lisa era fatta così: era vento che spirava in una direzione e poi improvvisamente la cambiava, era onda che si frangeva sugli scogli e tornava indietro rotta e tumultuosa, era una fronda di pino al vento, stretta al ramo più alto, che aspirava a volare lontano dal fusto.
 
 
 

18 apr 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 37

L’elettroshock non era l’ultima spiaggia della disperazione, era un tentativo come un altro: per essere sottoposti a quel trattamento, era sufficiente avere una normale reazione di rabbia o di frustrazione, dettate da quel sentimento di impotenza che attanagliava chiunque fosse ricoverato in quel luogo. Prima o poi capitava a tutti di avere quella reazione inconsueta che spingeva qualcuno a decidere che ci fosse bisogno di una scarica elettrica per resettare il cervello. Imbragavano il corpo su una lettiga, infilando una pezza in bocca perché il malato non potesse farsi del male e attaccavano gli elettrodi;  poi partivano con le scariche e quel corpo tremava e sobbalzava su quel lettino in convulsioni ininterrotte, si sollevava e ripiombava giù sotto il fermo delle imbragature. Alla fine le membra stanche si afflosciavano sul letto e la mente era liquefatta in uno stato di morte cerebrale. Quello che prima era una parvenza di uomo, si riduceva al fantasma di un altro fantasma, tanto quell’esperienza riusciva ad assottigliare il suo spirito. Spesso il paziente era fortunato, perdeva coscienza e non ricordava più nulla; frequentemente egli  riportava fratture, bruciature, escoriazioni e stiramenti muscolari, ma più di tutto, restava in qualche modo in lui il ricordo di quelle scariche che gli resettavano l’anima.

17 apr 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 22

Non importa chi tu sia nella vita. Quando sali sul palco, tu diventi tutte le possibilità della vita, nelle sfumature più recondite di ciò che può essere un uomo. Quando suoni o dirigi la musica, non è più solo la tua nota a vibrare, ma tutte le note nelle loro infinite combinazioni. Quando hai di fronte una tela, non imponi su di essa un colore, ma tutti i colori del mondo, mischiandoli tra di loro nelle tonalità che il tuo cuore suggerisce. Quando scolpisci il duro marmo o intagli il morbido legno, il tuo scalpello sa del sangue delle ferite già inferte. Quando il tuo occhio perfora l’obiettivo, l’immagine che resta impressa è quella del mondo che cerca di sfuggirti. Quando scrivi, non sono le tue parole che scorrono sulla carta, bensì le parole inespresse del cuore di ogni uomo.
Sii tutto ciò che puoi essere, nelle parole di un personaggio, nei suoi gesti, nella sua mimica facciale, nei suoi passi di danza, nelle note che risuoneranno, negli oggetti che gli sono intorno, nelle parole che la sua bocca pronuncia, nei suoi pensieri che vagano inespressi, nei colori che risuonano dei sentimenti che mai ha rivelato, in ogni scheggia di marmo o ricciolo di legno che taglia fuori ciò che non è essenziale, in ogni viso la cui immagine è resa eterna da una fotografia. Sii ogni possibilità inesplorata e farai sognare il pubblico per una notte e forse per molte altre, se esso saprà tenere nel proprio cuore la stessa magia che tu nascondi in te. E se strapperai un sorriso o una lacrima o farai vibrare un cuore, tu avrai raggiunto il tuo scopo.
Questo, solo questo, è l’arte.
 
8past8_by_ssuunnddeeww.jpg
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8 apr 2013

Il sorriso imperfetto

Mi aveva sempre detto ciò che per lui non ero. Non mi aveva mai detto ciò che ero.
Mi sentivo di essere la negazione di tutto, mentre lui, anziché essere per me un'ombra evanescente alla luce del giorno, lui era per me la mia realtà.
Insieme a lui, quella realtà e tutti i miei scogni per renderla migliore sono crollati.
 
Faded_by_tfavretto.jpg
www.deviantart.com
C'erano solo macerie e sulle macerie sarebbe stato impossibile ricostruire, fintanto che i detriti fossero restati lì, a ricordarmi ciò che c'era una volta e all'improvviso non c'era più. Erano troppo ingombranti, ed io non ce l'avrei mai fatta a rimuoverli da sola.
Nemmeno tutta la rabbia che avevo dentro riusciva a darmi quella forza.
Ho creduto di dover ricostruire altrove le mie fondamenta, ma io non avevo casa, non avevo un posto dove ricominciare.
 
 
Mi sentivo di non avere scopo senza Garrett. Tutto partiva e tornava a lui, come in un diabolico cerchio di dolore.
Per questo ho scelto di partire.
Lontano da lui.
Lontano dai ricordi.
Lontano da quel dolore che mi era costantemente compagno in un'assurda quotidianità di gesti, pensieri e parole.
Via.
Dovevo andare via.

3 apr 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 33

Dove risiedono in noi, in quale parte si nascondono?
Se meccanicamente un ricordo non è altro che una serie di variazioni chimiche e strutturali dei neuroni, prodotte da un segnale elettrico, di cosa è fatto il suo cuore pulsante?
E’ un respiro che soffia sulla pelle.
E’ un odore che attraversa le narici per arrivare al cuore.
E’ un gusto che si scioglie in bocca portando un dolore.
E’ un suono che spacca i timpani per svegliare l’incoscienza.
E’ un colore nel quale si specchia l’anima.
Nasce ovunque nel corpo, in ogni centimetro che ne aveva assaporato il sentimento, e si dirama altrove, in posti impensati, attraverso i cinque sensi, fino alla mente.
E colpisce all’improvviso.

1 apr 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 31

«Garrett era identico a me sotto un certo punto di vista. Amava annusare la vita e quando si stancava di un odore, ne cercava altri di cui soddisfarsi. Si era semplicemente stancato di me, del mio odore, tutto qui. Non gliene faccio una colpa. Gli rimprovero soltanto di non avermi parlato delle sue sensazioni quando sono nate, perché quelle sensazioni le senti chiare, non hai dubbi. E lui non ne ha avuto il coraggio. Ho dovuto scoprirlo io. Non poteva ferirmi lui, non se lo sarebbe perdonato: ha lasciato che facessi da sola, ha lasciato da un lato che io continuassi a credere che lui potesse ritornare a me, e dall’altro che intuissi e gli chiedessi conto del suo comportamento incoerente, fino al punto in cui non ha più potuto negare il suo sporco gioco. È questa distonia che ci ha allontanato, il suo assumere comportamenti innaturali rispetto a quello che io credevo, il suo discostarsi lentamente da me. Io riuscivo a percepirla, lui l’ha sempre negata, fino a un certo punto.
Lui amava le donne e non ne aveva una sola. Ne aveva avute sempre molte. Aveva la ex moglie, che curava la sua normalità, il suo bisogno di avere una famiglia intorno. Aveva il suo antico amore, al quale dedicava le poesie, le parole scelte, l'illusione del sogno. Aveva molte amiche online, e io non gli ho mai perdonato, questo sì, di avere con loro la stessa intimità che aveva con me all'inizio. Io lo percepivo e ne ero gelosa. Non pensavo mi tradisse, ma mi addolorava profondamente vedere quello scambio di messaggi, talvolta superficiale, talvolta profondo. Con me aveva smesso di essere profondo. A me rimaneva solo il sesso. Soddisfacevo il suo bisogno di sentirsi accettato anche fisicamente, di entrare in me e sentirmi sua, possedermi e sapere che io ero lì, quando mi chiamava. Io gli davo un assaggio dello stesso sentimento che il suo antico amore poteva dargli, senza chiedergli di pagarlo ad alto prezzo; e dall’altra parte gli passavo sesso che per lui sarebbe stato troppo umiliante cercare altrove, servito sul piatto d’argento della donna innamorata e talmente stupida da mettere da parte il proprio orgoglio per lui.

Il sorriso imperfetto - Capitolo 30

 
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(deviantart.com)
«Uomini. Esistono quelli “giusti”, quelli che sanno prenderti e portarti su in cielo con un dito, e, una volta lassù, sanno circondarti di attenzioni da toglierti il fiato. Li ho anche incontrati, ma li ho persi, perchè me ne sono stancata, non li ho saputi trattenere a me, avvolta dall’aspirazione verso una passione che mi poteva sconvolgere, che mi esaltava e mi annebbiava la vista, togliendomi il respiro. E abbandonata la strada giusta che mi avrebbe salvata, mi sono dannata, brancata da una specie che è tutt’altro che rara, quella parte della metà dell’umanità che ha saputo ingannarmi nel profondo. Buffi folletti che mi ronzavano intorno raccontandomi bugie, implorando di creder che loro – no! - non erano come tutti gli altri: loro erano “diversi”. Deve esistere qualcosa nel loro cervello bacato, un elemento chimico magico e unico che consente loro di riuscire a scindere l’amore dal sesso. L’amore me lo hanno negato, il sesso lo hanno cercato ed io sono stata perfino contenta di essere la loro preda. Si sono appostati ad una giusta distanza e hanno studiato le mie mosse. Nel tempo hanno imparato che era opportuno farmi credere che di me, per quanto il mio corpo li affascinasse, e non potevano negarlo, importava anche il mio cervello ed il mio cuore. E su questo hanno costruito strategie di attacco, passando il tempo a parlare con me, per testimoniarmi che non mentivano. Nella loro menzogna, qualcuno si è finto poeta, qualcuno guerriero, qualcuno pittore, qualcuno musicante. Hanno adottato l’arte come trasfigurazione del loro unico intento. Mi hanno avvisato che nella loro nobile natura si annidava un feroce predatore: lupi, leoni, falchi, giaguari. Mi hanno invitato a non sfidarli in quella loro natura crudele, pur implorandomi di non averne paura, perchè per loro io ero diversa e non volevano farmi del male. Si sono dichiarati amici, e nella loro falsità hanno persino dichiarato di volermi bene. Guerrieri a difesa della mia persona, hanno saputo con discrezione denigrare tutti coloro che non mi avevano valorizzata e capita. Ma non erano né poeti, né guerrieri, né pittori, né musicanti: la loro arte era solo la magia ed il filtro magico che hanno saputo sapientemente adottare, ha vinto le mie difese e alla fine mi hanno incantata. Mi cercavano per chiacchierare, nascondendo bene dietro le parole le loro più basse intenzioni. Si sentivano potenti, esclusi dalla cerchia di coloro che mi aveva fatto soffrire. Si sono erti a giudici della mia vita, unici scopritori del mio vero essere, per il solo bisogno di sentirsi unici nel loro genere, straordinari. E devo dare loro atto che ci hanno saputo fare, perchè alla fine mi hanno fatto sentire speciale.

25 mar 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 29

Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla musica di quel violino. Una nota inseguiva l’altra, come piccole fate svolazzanti in quella foresta magica dove lo Spirito delle Acque suonava allegro il concerto in do maggiore n.2 di Albinoni. La sua bocca si aprì in un sorriso, mentre notava che alle piccole fate si erano aggiunti buffi folletti, che giravano intorno ad una roccia dove una donna era sdraiata ad occhi chiusi. Guardò il suo viso e scoprì che era lei. Era come vedersi in uno specchio e sentirsi allo stesso tempo dietro di esso: osservatore e osservato, come in un gioco imprevedibile e assurdo, di quelli che solo i bambini sanno immaginare.
Improvvisamente la Lisa sdraiata apriva gli occhi e le piccole fatine afferravano una per una le dita delle sue mani, invitandola ad alzarsi in piedi. Lei accettava il loro invito e si alzava guardandosi intorno, ammirando a pieni occhi quella foresta verdeggiante, trafitta da luminosi raggi di sole, per poi volgere lo sguardo verso l’alto a scorgere, tra le alte fronde sopra di lei, l’azzurro pieno del cielo. Indossava un abito bianco, che svolazzava intorno al suo magro corpo avvolgendola come seta ed era a piedi scalzi sull’erba fresca e bagnata che le solleticava le piante. Lisa avanzò verso l’acqua, ma al primo contatto con le gelide neve sciolte nel mare, provò un brivido. Vincendo la pelle che intirizziva a quel palpitare di gocce fredde intorno al suo corpo tiepido, pian piano si immerse, lasciando che quella linea così flebile dove l’acqua sfidava l’aria, facesse scomparire lentamente il suo corpo, bagnando prima la seta che indossava e facendola aderire al suo corpo e poi sfiorando la sua pelle, che sentiva accarezzata con magica dolcezza. Quando il suo viso giunse a bagnarsi, Lisa chiuse ancora gli occhi, per riaprirli non appena fu immersa completamente in quel liquido. Lì, sotto un cielo di acqua, si sentiva protetta da tutto il mondo che viveva lì fuori: era come se fosse tornata nel ventre di sua madre, dove nulla avrebbe potuto farle del male. Era una sensazione ancestrale di sicurezza, che non aveva mai provato da quando i suoi ricordi erano coscienti.
 
Norvegian Spirit of the Waters, di Arenosto Amarilli
E sott’acqua vide lo Spirito delle Acque, i suoi occhi chiari e trasparenti ed il suo sorriso. La musica le giungeva ovattata alle orecchie, ma sempre allegra al cuore. Lui suonava e la guardava e lei danzava sott’acqua, come se l’acqua stessa non potesse esserle di impedimento, ma anzi l’aiutasse nei volteggi, spingendola verso l’alto ogni volta che pensava di spiccare un salto. Le ninfee intorno a lei muovevano i loro petali dai colori accesi, seguendo il ritmo incessante del violino, come piccole mani di spettatori che accompagnano una danza rituale. Le piccole fate volteggiavano intorno a lei, emulando i suoi movimenti e invitandola a continuare, a non smettere mai.
Ora la donna che guardava era tutt’uno con se stessa, gli occhi che esploravano quell’universo subacqueo erano i suoi e sentiva di volerli perdere dentro lo sguardo dello Spirito delle Acque e lasciarsi trascinare giù. Così richiuse gli occhi.
Quando li riaprì, le ninfee erano sparite, la musica era cessata e lo Spirito delle Acque aveva lasciato il posto ad un bambino. Solo il violino era rimasto.

18 mar 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 28

Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso... ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac: alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.
Avevo una vita che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perchè il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce a immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, nè di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E’ scoppiata tutta d’un colpo. C’erano cocci ovunque, e tagliavano come lame. Quel che io sono, è ormai successo: e qui, e ora, vive in me come un passo in un’orma, come un suono in un’eco, e come una enigma nella sua risposta. Non muore, questo no. Scivola dall’altra parte della vita. Mi è impossibile pensare al futuro. Il futuro è un’idea che si è staccata da me. Non è importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo. Futuro. Il mio è già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull’altro, come se fossero uno solo. Da qui alla mia morte, ci sarà quell’istante, e basta. Non mi ricostruirò nessuna vita, perchè ho appena imparato ad essere la dimora di quella che è stata la mia. Non voglio altro. Le capisco, le tue isole lontane, e capisco i tuoi sogni, i tuoi progetti. Ma non esiste più una strada che mi potrebbe portare laggiù. E non potrai inventarla tu per me, su una terra che non c’è. Perdonami, mio amato amore, ma non sarà mio il tuo futuro.
(Ann Deverià - Oceano Mare, Alessandro Baricco)


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«Io volevo amarlo, io lo amavo. Gli avevo offerto tutto il mio amore, il mio tempo, quello che ero e che potevo essere. Non volevo cambiarlo e sapevo che lui mi avrebbe accettato così come ero. Era il mio specchio, era il mio riflesso nel quale mi riconoscevo, quello che sapevo potermi comprendere solo con uno sguardo, senza parole. Quello che rifletteva i miei pensieri e le mie azioni ancora prima che si formassero nella mia mente e nel mio corpo. Mi ero offerta a lui senza limiti, senza paure.
Perché mio Dio, perché? Perché non ci fai muti e sordi ai battiti del cuore. Perché non ci rendi insensibili ad uno sguardo, sordi a chi con le parole sa arrivare alla settima porta del nostro cuore. Perché non ci leghi le mani quando siamo accarezzati. Perché non ci avveleni la bocca invece di sciogliere sulle nostre labbra il miele dei baci. Perchè non pieghi il nostro sorriso in una smorfia e immetti malinconia nei nostri occhi allegri. Perché non ci spingi al di fuori del campo dove l’amore è lotta e dà pace. Perché non ci armi di scudi e non ci proteggi in torri dorate, ove possiamo essere soli e nessuno può violare quello che siamo davvero. Perchè non hai lasciato che mi uccidesse anche nel corpo, oltre che nell’anima e lo hai lasciato a guardarmi da lontano e a ridere di me? Perchè? Dimmi perché...»
Viola alzò gli occhi dal libro scioccata da quella voce forte nella quale riconosceva quella di sua madre, fino a un attimo prima ferma ed immobile in un sonno che aveva dell’eterno ogni caratteristica di staticità e freddezza. L’aveva toccata ancora nel profondo e lasciò scorrere le pagine del libro verso terra, per correre verso di lei ed abbracciarla e prendersi carico di tutto quel dolore che stava riversando accanto a lei, che sporcava di sangue le pareti e di fango le lenzuola nitide e profumate. Dov’era stata quando sua madre impazziva, dov’era stata quando avrebbe potuto consolarla, offrirle lo stesso abbraccio che lei le aveva rivolto quando era piccola. Non poteva perdonarsi di non aver saputo riconoscere quanto amore ci poteva essere inascoltato in quella donna. Non poteva più perdonarsi e non si sarebbe mai più perdonata di essere andata via.

15 mar 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 26

«La vita è un attimo: il tempo di guardarti intorno, vedere le gioie, i dolori, i tradimenti, le pazzie, le emozioni forti, le bugie che ti hanno sempre circondato. Concentrarti sull’interruttore, guardarne le fattezze e immaginare il suo potere: off, on. E poi decidere: off.»
Turned_Off_by_jasinski.jpg
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12 mar 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 24

«Un giorno, poco prima che litigassimo, poco prima che me ne andassi, mi aveva detto: “Ho letto molto nella mia vita. E dai libri ho alimentato i miei sogni, ho tratto la forza per vivere nella realtà, ho succhiato le verità della vita e capito come riconoscere le bugie del mondo. Ed ho imparato una cosa importante: è inutile leggere tra le righe. Tra le righe, non c’è scritto niente.” Oh, ma non ci credeva, lo so, l’ho sempre saputo: lo diceva solo per convincersene: lei, tra quelle le righe, ha costruito e distrutto la sua vita.»
 
between_the_lines_by_starrycat-d5plvux.jpg
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Il sorriso imperfetto - Capitolo 23

Garrett si svegliò di soprassalto, senza capire se quell’urlo era nato nella sua mente o si era intrufolato attraverso le finestre semiaperte. Si mise a sedere sul letto e al buio si accese una sigaretta. Le luci della sveglia e il chiarore a tratti della sigaretta illuminavano debolmente la stanza. Volse lo sguardo alla sua sinistra e vide la donna nuda al suo fianco, volgare, un po’ sgualdrina, dormire ignara di lui. Ebbe quasi voglia di svegliarla per cacciarla: era in uno di quei momenti in cui saliva sulla torre e da lì osservava il mondo e quando lo faceva, desiderava essere da solo.
Gli capitava spesso di rinchiudersi lassù in alto, nell’unico posto dal quale poteva osservare, tranquillo, il mondo.
Era convinto che la gente fosse vuota e che “perfino le pozzanghere fossero più profonde” della maggior parte delle persone. Aveva pochi amici in fondo e del resto della gente non gliene importava molto. Gli piaceva nascondersi dietro un “ologramma sorridente” che ingannava i più e gli consentiva di osservarli indisturbato, persi dietro piccoli problemi e così miseri nel loro arrabbattarsi quotidiano, che li spinge a correre come formiche in fila indiana, una dietro il solco scavato dall’altra. Non un pensiero in più, non un cenno di vita superiore. Sputano sentenze perchè giudicare è facile quando non si ha voglia di pensare: ci si adegua all’apparenza, senza cercare dietro l’uomo una qualsiasi giustificazione. Piccole bestie che corrono disperati  inseguendo le occasioni perse, senza rendersi conto che forse dietro un’occasione persa c’è un’opportunità più grande o ignorando la semplice verità che se si è persa un’occasione è solo perchè non c’era abbastanza voglia di afferrarla. Bestie al macello, che senza speranza sfuggono alla loro stessa vita, senza sapere che prima o poi, quella stessa vita, da qualche parte, riesce ad acchiapparli.

11 mar 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 22


Fu nel momento in cui, su quell’assolo finale, Lisa riconobbe la canzone, ch’ella percepì la sua stessa voce nascerle dal ventre, roboante, originata dal dolore più ancestrale che risiedeva in lei. Percepì quell’alito che si sollevava con il solo desiderio di aiutarla a sganciarsi dalle catene del suo passato, senza paura né incertezza per il futuro, perché nulla avrebbe potuto farle provare più dolore di quanto non avesse già sofferto. E sentì quel gorgoglio arrivarle nel torace e raccogliere la potenza dell’aria che aveva inspirato e spingere ancora più su, verso la gola. E infine sentì quel vento entrarle nella bocca, già modulato nel rifiuto di sottostare ancora una volta a ciò che nella vita le era stato ingiustamente offerto a caro prezzo. Mentre la melodia di quella parola le attraversava le guance, gonfiandole di desiderio, Lisa sentì la lingua che si portava al palato, contro gli incisivi superiori, modulando la prima lettera intorno alla mascella inferiore che si abbassava leggermente. Poi la lingua con uno schiocco si portò verso il basso, e la bocca si aprì con la veemenza di un grido:

«NO!»
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5 mar 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 22

“Conosco questa musica...”
Il pensiero le trafisse il cuore.
Immobile tra le lenzuola fresche che odoravano di sapone di marsiglia, Lisa provò ancora una volta a concentrarsi sulla mano. Voleva fare un cenno a Viola, chiederle di alzare un po’ il volume perchè la musica le giungeva da lontano, come se lei fosse in un’altra stanza o come se fosse all’interno di un nido ovattato.
Cominciava dolcemente lungo le note di un pianoforte e il sax attaccava con le sue strazianti melodie che le entravano nel cuore. La conosceva, le ricordava un locale buio e fumoso. Era un ricordo perso nella nebbia di notti milanesi, quella nebbia che le ispirava soltanto tristezza e desolazione, che la svuotava di tutto e la faceva sentire come uno straccio appeso in balia del vento freddo, umido di lacrime non piante, scosso da rabbia e desiderio di qualcosa che non riusciva più nemmeno a desiderare. A terra. Fusa. Sciolta da un acido. Trasfigurata. Quella musica era il ricordo di un naviglio umido, con la pioggia che le rigava il viso, nascondendosi tra le lacrime, con le mani appoggiate alla fredda ringhiera che la separava dall’acqua melmosa e ghiacciata, nella quale aveva voglia di tuffarsi.
Riconosceva il dolore, quella linea continua ed ininterrotta che aveva attraversato la sua vita, soffocata da pochi momenti di gioia, una gioia effimera che si perdeva sempre, appena cominciata. Riconosceva l’amore dietro il dolore, quell’amore che aveva sempre cercato, che si era illusa di aver trovato in tanti uomini, a volte l’uno dopo l’altro, amati su letti sconosciuti, nella perversione di un istinto che l’aveva spinta a ricominciare ancora, dopo ciascun fallimento, senza mai imparare. “Le storie finiscono. Tutte le storie finiscono.” Si diceva per consolarsi, per appoggiare quelle lacrime alla realtà. Ma quando le storie finiscono, si resta lì appesi per un po’, prima di tornare alla realtà.
Tutte le storie finiscono. Che siano film, libri, storie d’amore. Finiscono sempre, in un modo o nell’altro. L’importante è lasciare che quella parte di noi che è stata coinvolta nella storia, e con essa ha gioito e sofferto, resti con essa per sempre e non ci segua. Se ci segue, ci farà molto male, per sempre. Se riusciamo a lasciarla lì, forse, e riusciamo a guardarla attraverso un vetro, o incorniciata come in una fotografia che non ci appartiene,farà meno male. Ma farà sempre e comunque male. Male. Per sempre.
 
 
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12 gen 2013

Il sorriso imperfetto - Capitolo 21

Passion by ScarletteDeath.jpg
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Si comportava con Lisa come se lei fosse sveglia, pienamente cosciente, e fosse in grado di sentirla. Per Viola non era una finzione, perchè era profondamente convinta che in qualche modo sua madre potesse sentirla. Aveva deciso di aiutarla a tornare alla vita, con gli unici strumenti che conosceva e le erano propri: il disegno, la letteratura e la musica. Sapeva che quelle corde toccavano l’animo profondo di sua madre e se era lì che si era rintanata, lì l’avrebbe cercata. L’avrebbe portata fuori per mano, delicatamente. Come una piccola piuma l’avrebbe fatta svolazzare intorno alla vita, per mostrargliela dall’alto, da una prospettiva diversa e non comune, con le parole, i colori ed i suoni che lei stessa aveva amato. E le avrebbe fatto desiderare ancora una volta di riempire il suo cuore delle tonalità accese dei tramonti, dei vividi colori di un iride, delle trasparenze di una lacrima, delle sfumature dell’età su un viso, di un sorriso che accende gli occhi, delle note altalenanti su un pentagramma e delle parole che volano nei pensieri riempiendo di passione l’esistenza. Era convinta che se l’amore era ciò che l’aveva fatta perdere, l’arte l’avrebbe salvata. Entrambe passioni, dunque entrambe vita. Era una delle citazioni preferite di sua madre, quella di André Malraux “Come l'amore, l'arte non è piacere, ma passione”.
Questo sarebbe stata per lei: i suoi colori, la sua musica, le sue parole, la sua stessa passione. Fino a che Lisa fosse stata in grado di riappropriarsene. Fino a quel momento, Viola sarebbe stata solo Lisa. Avrebbe pensato, sofferto, amato, gioito, desiderato quello che sua madre aveva pensato, sofferto, amato, gioito, desiderato. Solo quell’immedesimazione perfetta con lei avrebbe potuto salvarla e lei, sua figlia, era l’unica che potesse esserne l’impeccabile artefice.


[1] André Malraux “Come l'amore, l'arte non è piacere, ma passione”. , Le voci del silenzio, 1951